L’Ecommerce O2O – offline to online – è vivo e lotta insieme a noi

Alza la mano se hai mai fatto una di queste cose:
– in un negozio fisico hai controllato online il prezzo di un prodotto che avevi lì davanti, per vedere se se su Amazon e simili costava di meno.
– in un negozio di abbigliamento o scarpe ti sei provato qualcosa per verificare che ti stesse bene e poi lo hai comprato online a un prezzo più basso.

La possibilità di confrontare i prezzi tra negozi online e negozi reali è troppo forte per non farlo. E’ un nuovo comportamento reso possibile dal digitale, che a sua volta rende possibile una evoluzione dell’ecommerce: l’O2O.

Che vuol dire O2O? Sta per Offline to Online, ovvero un processo di acquisto che inizia con un’esperienza offline, nel mondo reale e termina online.

Quel che succede è che il negozio sparisce, sostituito da un luogo in cui fai un’esperienza del prodotto: lo vedi, lo tocchi con mano. Lo spazio fisico diventa espositivo ed esperienziale: il salotto in cui vai per prendere un caffè con gli amici e intanto chiacchieri con un esperto del prodotto, guardi i vari articoli, fai qualche prova. Poi puoi fare l’ordine lì, con un terminale a disposizione, o direttamente da casa. Tanto il prodotto lo hai visto, non ti devi fidare. Esci senza scatole, buste, pacchi. Aspetti la consegna a casa.
I prezzi sono ridotti, perché il negoziante non ha più bisogno di uno spazio espositivo completo, con tanto di magazzino, sistemi anti taccheggio e tutto quello che fa salire il costo di un’attività di vendita su strada. Ci sono pochi pezzi dimostrativi, il resto è in un magazzino centralizzato, in un’area della città in cui l’affitto è più basso. Dopo la prima visita, puoi continuare a ordinare online: tanto ormai i prodotti li hai provati.

Ed ecco un caso concreto e – sorpresa! – italiano:

Majer è una catena di bar di Venezia.

Tre anni fa avevano tre punti vendita, ora ne hanno otto sparsi in città, che hanno di base gli stessi prodotti a marca loro, dal caffè ai dolci al vino, e poi ciascuno è orientato a una offerta specifica: il bar, la gelateria, il ristorante fighetto etc.

E poi c’è lo showroom, il locale che vedi nella mia foto storta, che è solo un’area salottino per degustazione, con una postazione con pc in cui il personale aiuta i clienti meno abituati al commercio elettronico a fare ordini sul loro shop online.

Lo showroom non vende fisicamente niente, non c’è neppure il registratore di cassa.

Tu vai lì, assaggi qualcosa, ti fai preparare un caffè con la polvere o con le cialde compatibili Nespresso (ovviamente hanno una macchina Nespresso, per rassicurarti del fatto che le cialde sono veramente compatibili, anche con quella che hai a casa tu), provi i dolci – e dovresti, sono buonissimi! – e te ne vai. Puoi ordinare da lì o da casa. C’è anche il cestino per il pranzo, se vuoi, da farti consegnare in ufficio.

Ora, se ci pensi, non ci dovrebbe essere bisogno di uno showroom dedicato: Majer ha otto punti vendita, otto punti di contatto tra i suoi prodotti e i potenziali clienti. Se ti piace qualcosa, te lo puoi comprare direttamente. E in ogni negozio c’è la mappetta con la posizione degli altri sette punti vendita e il link al sito e all’ecommerce.

Ma lo showroom è essenziale: perché serve a rassicurare, a tranquillizzare a insegnare. I locali sono quasi sempre affollati, i baristi non hanno il tempo di spiegarti come andare sul sito, su cosa cliccare, come pagare. Lo showroom serve a quello. Vai lì, ti mettono a sedere davanti a un pc e ti mostrano la procedura passo passo. Mentre assaggi i prodotti, così sei tranquillo che ti arrivano a casa gli stessi biscotti o lo stesso vino che hai assaggiato nei locali.

Bravo Majer.

Certo, poi un esempio di ecommerce fatto bene come questo è un altra freccia nella faretra di chi conduce una guerra contro il contante – e tu già sai io su che fronte sono schierato – ma di questo parleremo un’altra volta.

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Leggere bene i dati della Brexit

Date gio 30 giugno 2016Tagsbrexit

Ancora sulla Brexit, lo so. E’ che è un argomento così ricco di significati e sfumature che potrei scrivere su “La Brexit e…” fino alla fine dei tempi.

La prima cosa che ho scritto sulla Brexit è che la comunicazione ha avuto un ruolo fondamentale nella vicenda. La comunicazione è un elemento importante, ma è solo uno dei tanti. Ma è quello più attinente alla mia professione, quindi è il campo su cui mi posso permettere di scrivere opinioni con una certa sicurezza.

A tutti i discorsi sulla comunicazione che hanno preceduto il voto bisogna aggiungere quelli sulla comunicazione che lo hanno seguito, soprattutto nelle prime ore. Fare uno sforzo per leggere e interpretare correttamente i dati è importante per capire di che parlano gli esperti o per individuare quelli che si spacciano per esperti, ma non lo sono. O che fanno confusione in buona fede, ma comunque fanno confusione.

Nelle prime ore di venerdì sono girati principalmente una tabella e un grafico e li avrai sicuramente visti: la scomposizione del voto per fascia d’età e il picco di ricerche su cosa fosse l’UE effettuate in UK dopo il voto. Questi grafici sono stati utilizzati per millemila commenti e riflessioni. Senza far caso a cosa rappresentassero veramente.

Vediamo la tabella:

voto per età Brexit

E giù fiumi di inchiostro e pixel sui vecchi che votano rovinando il futuro ai giovani, vecchiaccci egoisti e nostalgici che vogliono privare i giovani di un futuro radioso.
Ora, sì, però…
Premesso – ed è una premessa fondamentale – che questi sono i dati di un sondaggio condotto prima del voto su un campione di 1652 persone (è scritto piccolo nell’immagine stessa, ma nessuno legge le scritte piccole. Al massimo le taglia quando ridimensiona l’immagine)…
Fatta quella premessa, sì, pare che gli anziani abbiano votato in massa leave, mentre i giovani hanno votato in massa remain, a quanto dice l’istituto di statistica che dava certa la vittoria del remain con il 52% dei voti. Ma diciamo che è corretto. Che vuol dire hanno votato in massa?

Secondo i dati di SkyData:

Il che vuol dire, incrociando i dati di affluenza e prendendo per buoni quelli sull’intenzione di voto del sondaggio, che è vero che gli anziani hanno votato in massa per lasciare l’UK (o per quello che credevano di votare, insomma): l’81% degli over 55 e l’83% degli over 65 sono andati a votare.
Non è mica tanto vero che i giovani hanno votato in massa per rimanere. Appena il 36% di quelli nella fascia 18-24 si è recato alle urne. Giusto il 58% di quelli nella fascia 25-34. Quindi molti, ma ben lungi da tutti, i giovani erano interessati a rimanere.
Molti, la maggior parte di quelli in età Erasmus-studio fuori-lavoro all’estero-esperienze formative in Europa o non erano interessati alla questione o erano certi della vittoria del loro campo o non pensavano che il loro voto avrebbe influenzato l’esito finale. O, tendenza registrata alle ultime elezioni politiche britanniche, ma pure in generale ovunque nel mondo, i giovani sono così disillusi verso la politica e verso il valore del voto che chissenefrega proprio, guarda.
Insomma, la maggior parte degli anziani era sicuramente interessata a uscire dall’UE. La maggior parte dei giovani Dio solo sa a cosa era interessata, sicuramente non ad andare a votare ed esprimere un’opinione.E’ alla luce di questa riflessione e non solo della tabella lì sopra che si devono fare ragionamenti su cosa vogliono o non vogliono i giovani britannici.

Il grafico su cui si è ragionato… No, il grafico su cui sono stati perculati tanto gli inglesi a dirla chiaramente, è questo:

Tutto è partito da questo tweet di Google Trends

Ripreso in questo articolo dal Washington Post che è stato poi rilanciato ovunque in post, articoli, editoriali il cui senso generale, in sintesi, è

hahahahaha coglioni britannici! Prima votano e poi, fatta la cazzatona, si informano freneticamente su cosa hanno votato.
D'oh

E non funziona proprio così.
Vediamo per esempio quest’altro grafico, che mostra le tendenze di ricerca (le tendenze di ricerca) per “what is the EU” e “england iceland”, la partita che ha determinato l’altra Brexit della settimana, quella dell’Inghilterra dai campionati europei di calcio:

OH SANTO CIELO! DOVE E’ FINITO “WHAT IS THE EU”?!?!?

E’ finito schiacciato dal maggior peso relativo delle ricerche sulla partita. Perché Google Trends non dà numeri assoluti, ma numeri relativi che indicano una tendenza. Quello che è successo dopo il referendum è che un migliaio di persone ha cercato informazioni – un migliaio, non tutto il Regno (per ora)Unito – e la variazione nella tendenza è stata registrata da Google.
Se vista senza termini di paragone, questa tendenza mostra un bel picco. Se vista con un termine di paragone popolare, questa tendenza ricorda l’elettrocardiogramma di un piccolo mammifero investito da un grosso camion.

Il problema qui è che Google Trends ha twittato un fatto curioso presumendo che i lettori sapessero come funziona il servizio (i lettori sono tutti Jon Snow), un giornalista pressato per scrivere qualcosa-qualsiasi-cosa sulla Brexit per differenziarsi da tutte le altre testate e recuperare pageviews ha scritto un’analisi senza sapere cosa stava analizzando e il resto del mondo gli è andato dietro.
Nei giorni seguenti qualcuno ha acceso il cervello, ma dimmi: quanti articoli hai visto condividere tra venerdì scorso e oggi sugli stupidi, stupidi inglesi che fanno ricerche dopo il voto e quanti articoli come questo o come questo qui che stai leggendo ora?

Mi ricordo una vecchia storia di Zio Paperone in cui Archimede inventava un aggeggio che permetteva di spostarsi più veloce della luce: alla velocità del pensiero. Perché la luce è veloce, ma deve percorrere lo spazio. Il pensiero… ci pensi e sei già lì!

Ecco, curiosamente su internet le informazioni opinabili viaggiano alla velocità del pensiero, quelle corrette e frutto di analisi approfondita sono più lente. Non prendere per buona ogni cosa subito. Controlla la fonte, leggi l’informazione prima di condividerla anziché fermarti solo al titolo come fa circa il 61% delle persone, pensa, poi pensa ancora e poi, solo dopo aver pensato, clicca “commenta” o “condividi”.

Il ruolo della comunicazione nella Brexit

Date ven 24 giugno 2016Tagsbrexit

Mappa del voto Brexit

Se vogliamo continuare a definire “ignoranti, disinformati, ingenui, manipolabili”, in una parola “cretini”, gli elettori di movimenti populisti che basano la loro comunicazione su slogan che parlano alla pancia e non al cervello, allora potremmo commentare la Brexit con “17 milioni di cretini in meno nell’Unione Europea.”
Che, ovviamente, è uno slogan che parla alla pancia e non al cervello, una banalizzazione e una semplificazione di una faccenda complicata buona per Twitter e per strappare un ghigno ad altri cretini, quelli che stanno dall’altra parte e cercano una consolazione.

Stando a sondaggi ed exit poll, pare che le grandi città e le fasce più istruite della popolazione abbiano votato per rimanere. Questo ha scatenato i commentatori che imputano risultati di questo genere alla mancanza di istruzione e sensibilizzazione dell’elettorato: dai alla gente 20 anni di reality show e come ti aspetti che pensino?
Anche questa è una semplificazione. L’elettore è ignorante (e lo è: secondo Google Trends il picco di ricerche sulle conseguenze della Brexit è avvenuto a urne chiuse) solo quando ti vota contro. Quando si fa convincere da “nel segreto dell’urna Dio ti vede e Stalin no”, “meno tasse per tutti” o da “rottamiamoli!” allora è saggio.
Allora forse il problema non è avere elettori faciloni (in realtà è il problema, ma pare che nessuno schieramento abbia realmente voglia di risolverlo), con i vari campi di chi dice che va tolto il voto agli ignoranti (buuuuuuh! puzzone!) e chi dice che materie così complesse non dovrebbero essere sottoposte a referendum e ridotte a un sì/no (e sono d’accordo).
Il problema è chi è più bravo a girare i fatti a proprio vantaggio e a trovare le leve giuste per muovere la pancia degli elettori. A quanto pare, la paura è una leva più forte della speranza.

La maggior parte degli elettori anziani pare, sempre secondo exit poll e sondaggi, abbia votato leave. Supponiamo sia vero: perché avrebbe dovuto votare remain? Prima dell’Unione Europea, quando erano giovani e si affacciavano al mondo del lavoro, era normale trovare un posto fisso, comprare casa, avere una pensione, concedersi qualche lusso. Adesso vedono che per i loro figli e nipoti è sempre più normale rimanere affacciati alla finestra senza speranze. Perché un anziano avrebbe dovuto votare diversamente? Si ricorda di quando le cose andavano bene e ora vede che vanno male. Perché avrebbe dovuto votare per un Regno Unito del futuro che è così peggiore del Regno Unito della sua giovinezza?
Se il fronte del leave è stato bravo – e lo è stato – a semplificare/banalizzare/ingarbugliare il discorso imputando alla sola appartenenza alla UE ogni peggioramento (percepito o reale) nella qualità e nello stile di vita, come si poteva pensare che chi si ricorda quanto si stava meglio quando si stava peggio non volesse tornare al passato?
Naturalmente, molti giovani la pensano diversamente.Questa è una dinamica da tenere ben presente, perché tutta la popolazione europea sta invecchiando. E, francamente, ti rode parecchio quando qualcuno ti fotte il futuro perché ha dei vaghi ricordi di una piacevole gioventù o è troppo terrorizzato da tutto quello che non è il suo status quo per pensare anche solo per un momento alle conseguenze che le sue decisioni avranno su tutti gli altri.

Alla fine, quindi, è una questione di comunicazione. Di design della comunicazione.
Chi è più bravo a semplificare concetti complessi, tradurli in parole d’ordine e slogan facili da assimilare e che muovono le leve giuste, vince.
Quindi siamo ridotti a sperare non tanto che vinca quello che comunica nella maniera più onesta, perché non ce la può fare: dovrebbe esporre fatti noiosi, dati complicati, elementi difficili da interpretare per un elettorato impreparato, distratto, spaventato. Dobbiamo sperare che sia più bravo a semplificare il discorso quello che ha le intenzioni più oneste.
O meglio ancora, dobbiamo sperare che chi vuole proporre un futuro non basato sulla paura e sulla chiusura impari a progettare una comunicazione che parli al cervello di una parte della popolazione e parli semplice al resto degli elettori. Un semplice che sia il semplice del buon design, non il semplice cazzaro.Ed è un problema di comunicazione a due vie: chi governa (o vuole governare), ma non sa comunicare quello che sta facendo e perché una certa cosa è bene e una certa altra no, ma soprattutto chi governa (o vuole governare), ma non ascolta e non si rende conto di quali siano i temi, gli argomenti, le speranze, le paure, non può fare altro che mettere in conto sconfitte su sconfitte.

Ora sono partiti i commenti e le ipotesi su cosa succederà adesso. Anche qui c’è un problema di comunicazione: adesso non succede niente. Non è che – come forse molti elettori pensavano in base alle affermazioni del campo leave – dalle 9 di stamattina il Regno Unito non è più parte della UE, tutti i trattati e gli accordi decadono, fuori gli stranieri senza visto, eccetera. Il referendum era consultivo. Ora il governo deve prendere atto del risultato e decidere cosa fare. Anche ignorarlo – e pagare poi un prezzo durissimo alle elezioni. La procedura vuole che il governo, se decide di seguire l’indicazione del referendum, invochi l’articolo 50 del Trattato di Lisbona e faccia partire la procedura di circa due anni che porta all’uscita. Ma lo stesso fronte che la lavorato per la Brexit potrebbe chiedere al governo di non andare avanti con l’articolo 50, ma rimanere nella UE e usare il risultato del referendum come leva per ricontrattare accordi, diritti, doveri e dazi.
Quindi, al di là del panico e della confusione di queste ore (anche le dimissioni annunciate da Cameron non avranno luogo prima di ottobre), ci vorranno anni per capire realmente cosa succede in Regno Unito e nel resto d’Europa e per vedere e comprendere a fondo gli effetti di questo evento.
Anche i politici euroscettici che in queste ore stanno twittando la loro gioia per il risultato attenderanno qualche tempo per capire se quello dell’uscita dall’UE è un cavallo che si può cavalcare fino in fondo anche nei loro paesi o se il risultato della Brexit è uno scenario alla Mad Max, con i cadaveri di chi ha lanciato il referendum abbandonati sui bordi delle strade.

Certo, in generale, tocca fare qualcosa per questa paura che attanaglia sempre più tutti e rende sempre più prigionieri di manipolatori che sanno come usarla a proprio vantaggio.

Neo-minimalismo e tecno-nomadi

Date ven 22 luglio 2016Tagspersonale /ricordi /neo-minimalismo /nomadi digitali /lifestyle

Questo testo è una parte dell’ultimo invio di Apofenia, la mia newsletter. Se non temi i muri di testo, puoi iscriverti qui

Tecno-nomadi

Il 2007 è stato l’anno dell’estate infinita.
A gennaio sono andato a svernare a Perth, poi – dopo una breve pausa di ritorno a Roma per andare in scena con uno spettacolo teatrale – ho ripreso un aereo, destinazione Lisbona e il suo cielo altissimo e azzurrissimo.
Come mai Perth? Lo racconto nel primo e unico Prezi che io abbia mai realizzato. La spiaggia di Morfeo è una citazione da Sandman, naturalmente.
Come mai Lisbona? Questo te lo spiego davanti a un caffè.

Ora, il fatto che io sia sfuggito all’inverno non vuol dire che sia sfuggito al lavoro.

Mi sono portato dietro il laptop e ho portato avanti il mio lavoro da freelance che facevo all’epoca, quasi come fossi nel mio ufficio a casa.

“Quasi” perché le città in cui ero e le persone con cui stavo hanno avuto molta, molta della mia attenzione.

E “quasi” perché ho dovuto effettuare qualche aggiustamento: in Australia ho dovuto fare un po’ di conti con i fusi orari per le chiamate su Skype. A Lisbona ho trovato un paio di Internet Cafè nel Barrio Alto in cui era molto piacevole andare a lavorare senza dovermi portare dietro il computer (i miei laptop sono “trasportabili” più che “portatili”. Non vivo senza una tastiera estesa) e in cui potevo rompere il ritmo bevendo qualcosa o facendo un giretto nelle vie animate dai turisti.

Quello che ho fatto io, un po’ per caso, un po’ buttandomi, pare che oggi sia una ficata di moda: il nomadismo digitale. La possibilità di vivere e lavorare ovunque nel mondo senza sacrificare (troppo) il lavoro, potendo essere sempre in contatto con colleghi e clienti e avendo sempre accesso agli strumenti necessari per lavorare.

Product Hunt raccoglie un botto di segnalazioni di prodotti e servizi dedicati a chi vuole provare questo stile di vita.

Nella mia esperienza, citando le immortali parole di Frederick Frankenstein, SI… PUO’… FARE!!!

Ma!

Ma pianificando le cose per bene. E soprattutto, per quanto ho visto io, è più o meno facile a seconda delle relazioni di lavoro. Se la relazione con il cliente o con i colleghi è “prendo il lavoro, lo faccio, ti aggiorno per email/skype/slack”, è facile. Se inizia a esserci la necessità di – mio dio! – riunioni con il cliente o con il gruppo di lavoro in cui per motivi di efficienza o di fiducia bisogna guardarsi in faccia senza un monitor di mezzo, allora le cose si complicano.

Oggi la tecnologia aiuta sempre più a superare i problemi di efficienza. Guarda la lista su Product Hunt: ci sono strumenti che nel 2007 non esistevano, se ce l’ho fatta io con quello che passava allora il convento, ce la può fare chiunque.

Per la fiducia è un discorso diverso. Noi siamo tutti smart e digital, ma non so se io per primo avrei voglia di lavorare a un progetto grosso e complicato senza mai condividere almeno una volta lo stesso spazio con le altre persone.

A occhio direi che se ti occupi di cose piccole o abbastanza standard, puoi prendere la via del nomadismo digitale. Se lavori su progetti medio grossi e con interlocutori non avvezzi al digitale, è molto più complicato. Ma se hai una qualche struttura per cui agli incontri dal vivo ci puoi mandare altri e tu devi solo fare il lavoro, allora ridiventa facile. Probabilmente questo è lo scenario migliore.

Neo-minimalismo

In realtà tutto quello che ho scritto qui sopra è una premessa all’argomento di cui ti voglio parlare: il neo-minimalismo.

Se vuoi vivere la vita del tecno nomade devi essere un minimalista: non puoi portarti dietro tonnellate di roba, devi essere agile, leggero, avere l’essenziale e non più di quello. Poca roba di altissimo livello che entra tutta in una valigia.Ma io credo che essere un minimalista aiuti a vivere meglio anche se il tuo nomadismo è andare dalla camera da letto al salotto.

Tutti questi pensieri che mi frullavano in testa prima del 2007, che mi hanno permesso di essere una trottola produttiva che si diverte un casino nel 2007 e che mi aiutano a vivere meglio ancora oggi li ha espressi secondo me al meglio Sean Bonner in un articolo/manifesto del 2010 da cui ho rubato il titolo di questa email.

Tra i vari punti tutti da leggere, ti segnalo questo:

I decided to value the gathering of experiences over the acquiring of stuff, and to get rid of stuff which would enable the gathering of more experiences.

Ora, non dico che neo-minimalism is the way to go sempre e comunque. Penso che tu ci debba essere portato. Ho sempre preferito parlare delle mie esperienze (sono vecchio: tendo a raccontare le stesse cose alle stesse persone in continuazione, perché mi dimentico cosa ho detto a chi) che parlare dei modellini di Star Wars o dei libri e fumetti che ho sugli scaffali. Intendo dire gli oggetti-libri e gli oggetti-fumetti, non le storie in essi contenuti.

Ho regalato una prima edizione originale di Stardust (a Neil Gaiman fischieranno le orecchie) autografata da Gaiman e Vess. I ricordi di come, perché e a chi saranno sempre più preziosi di quei volumetti.

Ma non è facile dire da un giorno all’altro ok, mi circondo di nulla. E poi farlo pure!

Anche se secondo me è una strada da intraprendere. Altro copia-incolla da Bonner:

our mountains of physical stuff are actually cluttering up more than just our houses.

Cielo, quanto è vero! Preoccuparsi di dove mettere le cose per ritardare il più possibile il momento in cui uno dei gatti le butterà per terra, pulire il milionesimo set di tazzine da caffè mai usato, guardare l’armadio e chiedersi cosa indossare tra decine di capi tutti leggermente inappropriati. Che palle!

Meno roba, di maggior valore – anche emozionale – meno ingombri mentali. La roba giusta da mettere in valigia per partire rapidi verso una nuova avventura.

Poi oh, non sono un integralista e di strada ne ho da fare. Quando Flavio mi ha mandato questi regali dal Giappone non ho pensato “uffa… altra roba!”, ma “yeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhh!!!”

E soprattutto, non posso essere integralista: non vivo da solo e non posso imporre la mia visione di minimo indispensabile a mia moglie. Ce la devi avere la vocazione al minimalismo, non può piovere dall’alto.

E non sono integralista perché anche io ho i miei momenti di debolezza: sono un accumulatore di penne stilografiche, quaderni (info di servizio: Moleskine e stilografiche non vanno d’accordo. Meglio quaderni con carte giapponesi tipo Tomoe come i prodotti Midori Travellers’ oppure carta Clairefontaine come quella usata da Rhodia) e gatti.

Non posso essere integralista poi perché gli oggetti non sono solo oggetti, ma anche ricordi e simboli di ciò che siamo.

Tempo fa ho iniziato a scrivere un romanzo di fantascienza, che è ancora incompleto in una cartella del mio hard disk.
I membri di una setta pensano di aver trovato il modo per vivere in eterno.
Il loro ragionamento è: se la persona è la summa dei suoi ricordi ed esperienze, la morte rappresenta la perdita di quanto accumulato nel passato e l’impossibilità di vivere nuove esperienze e formare nuovi ricordi.
Se fosse possibile impiantare ricordi e personalità in un corpo nuovo, che tramandasse quanto ricevuto e vivesse nuove esperienze e prendesse decisioni in modo coerente con quanto fatto in passato, la persona continuerebbe a vivere.

Quindi rapiscono dei senza tetto e con un mix di droghe, lavaggio del cervello, ipnosi e chirurgia plastica fanno dimenticare loro chi erano e sostituiscono la loro personalità con quella di un membro della setta. Il procedimento deve essere ripetuto a intervalli regolari per evitare che i ricordi originali riemergano. Il protocollo prevede che per rinforzare il procedimento la persona debba circondarsi di quanti più oggetti del suo passato possibile e continui ad accumularne di nuovi, legati alle nuove esperienze vissute nel nuovo corpo: ricordi, souvenir, memento, cartoline, statuette, libri, vestiti, foto, mobili, riviste… Tutto quello che sia legato anche in minima parte a ciò che erano e ciò che vogliono continuare a essere, per soffocare la persona di cui occupano il corpo.

La figlia di un membro della setta si insospettisce per gli impercettibili cambiamenti che vede nel padre. Nulla di tangibile o strano, ma piccole cose di cui può accorgersi solo chi ti conosce da una vita. E una cosa effettivamente strana: ha riempito la casa con tutti i cimeli e ricordi che aveva conservato in cantina e che non voleva più avere intorno da quando, anni prima, era morta la moglie.

La figlia va dal mio protagonista: Julian Anton Wong (anglo-cinese per ora basato a San Francisco, usa “JAWs” come account su ogni social network e sistema di messaggistica), un investigatore privato. Wong è un neo-minimalista. Il suo appartamento è la versione 2.0 di questa foto di Steve Jobs: ha sedie, divani e una scrivania solo perché i clienti se lo aspettano.

A un certo punto della storia, Wong e la ragazza si rifugiano nel suo ufficio dopo un tentativo di entrare nella sede della setta andato storto. Mentre lui chatta con il/la suo/a amico/a hacker (non ha mai capito di che sesso sia) per capire come li abbiano scoperti, lei apre una porta e si trova in una stanza traboccante di oggetti, proprio come casa sua da quando – ormai lo sanno – suo padre è un mazzo di ricordi in un corpo nuovo. E si spaventa: pensa che anche l’investigatore sia parte della setta.

Ma non è così: lui riesce a calmarla e farle notare che tutta la roba conservata in quella stanza non sono i ricordi di una vita intera ma oggetti prodotti e acquistati tra due precisi anni (può controllare su Internet: tra Ebay e Wikipedia si può datare ogni cosa). Sono i ricordi di una precisa e limitata parte di vita. Un periodo in cui lui è stato felice e che è finito bruscamente.
Julian Anton Wong non è un neo-minimalista perché non vuole che gli oggetti lo distraggano dalle esperienze. Lo è perché cerca di sfuggire a ogni nuovo ricordo o esperienza che possano fargli dimenticare quegli anni della sua vita.

Questo è il potere che gli oggetti possono avere su di noi.

E io?
Pian piano mi libero di ciò che non serve, conservo ciò che è significativo, prendo l’essenziale anche se non è “essenziale” secondo la filosofia pragmatica e puramente basata sull’uso del minimo indispensabile.E’ un percorso.

La Brexit e il fallimento di The DAO

Date mar 28 giugno 2016Tagstecnologia /blockchain /dao /brexit

Ma che è The DAO?
Ci arriviamo.

E perché dovresti leggere questo lungo articolo che rimanda ad articoli ancora più lunghi? Perché si parla del tuo futuro. Ti interessa il tuo futuro?

Uno degli episodi della Brexit che farebbero ridere tantissimo se non ci fosse da piangere è questo momento Sandra-e-Raimondo gentilmente offerto da Michael Gove e da sua moglie Sarah Vine.
Gove è uno dei leader del movimento leave. Durante un’intervista in cui gli si faceva notare che nessun esperto di qualsiasi campo dello scibile umano ritenesse l’uscita dell’UK dalla UE una buona idea, ha risposto

People in this country have had enough of experts.

La gente di questo paese ne ha abbastanza degli esperti. Oooooooooook Mickey.

Dopo il voto, quando è diventato evidente che la maggior parte delle promesse del campo leave erano bugie e che nessuno aveva la minima idea di cosa fare, Sarah Vine – che è la moglie di Michael Gove, ricordiamolo. Sono sposati, vivono insieme, probabilmente si parlano – ha pubblicato questo status su Facebook:

Wouldn’t it be nice if instead of wingeing and raging about the outcome of a democratic vote which, let’s face it, one side held all the cards and still managed to lose, the clever people of Facebook would turn their thoughts to making this a positive moment for the country by offering to lend advice and expertise.

Certo, perché il momento migliore per dare retta agli esperti è quando tutto sta andando a mignotte e non si sa più come uscirne, non prima, quando gli stessi esperti ti dicevano Ma no! Accanna! Non la fare sta cazzata!

Non c’è manco bisogno di commentare. Anche perché commenti migliori di quelli di J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, è difficile farne. Li trovate un po’ in giro, anche nell’articolo che ho linkato sopra. La Rowling è a tanto così da usare la sua ingente fortuna per per risolvere questa situazione Cersei Lannister style. Aspetto solo che twitti “I choose violence”.

Comunque, che è The DAO? Che c’entra con questa storia?

E’ il momento del discorso tecnico, seguimi che provo a farla facile.

D.A.O. sta per decentralized autonomous organization. E’ un’organizzazione – di qualsiasi tipo, in teoria dal comitato di quartiere alla società di capitali alla nazione virtuale – che opera attraverso una serie di regole codificate in programmi definiti smart contract.
Se ci pensi, un contratto è una serie di regole e istruzioni codificate: se succede questo, fai questo; finché permane questa condizione, fai quest’altro.
Cos’altro è una serie di regole e istruzioni codificate? Un programma per computer.
Quindi, l’idea di tradurre i contratti in codice – o considerare il codice un contratto – è corretta. The code dicono i sostenitori delle D.A.O. is the contract. Tutto quello che c’è da sapere o da fare è lì, nel codice, aperto e valutabile da tutti.

Quindi, per far funzionare una D.A.O. bisogna raggiungere il consenso sugli scopi dell’operazione. E poi inserire i contratti che regolano rapporti e funzionamento su una blockchain, un database distribuito e sicuro su cui registrare transazioni e dati:

può essere utilizzata in tutti gli ambiti in cui è necessaria una relazione tra più persone o gruppi. Può garantire il corretto scambio di titoli e azioni, può sostituire un atto notarile e può garantire la bontà delle votazioni, ridisegnano il concetto di seggio elettorale, proprio perché ogni transazione viene sorvegliata da una rete di nodi che ne garantiscono la correttezza e ne possono mantenere l’anonimato.

Dopodiché, in teoria, l’organizzazione procede senza intervento umano: non c’è bisogno di un gruppo dirigente, arbitri, intermediari (sulla disintermediazione avrai letto la mia ultima newsletter)(se non sei iscritto, iscriviti). E’ tutto definito dal codice e nel codice, il codice è il contratto e viene infallibilmente e precisamente eseguito. I membri dell’organizzazione discutono, votano e la decisione della maggioranza diventa un nuovo contratto.

L’esempio reale di D.A.O. più famoso è quello che con estrema fantasia è stato chiamato The DAO: un fondo di investimento governato direttamente dagli investitori. Chi vuole partecipare, acquista Ethereum, un tipo di criptomoneta, da versare nel fondo e dei token per votare. Quando The DAO è stata lanciata, la campagna di crowdfunding per alimentare il fondo ha registrato un successo pazzesco: ha raccolto in poco tempo oltre 150 milioni di dollari e ha imposto il concetto di D.A.O. all’attenzione del mondo, ispirando le idee di applicazione più disparate comprese – giuro! – un sistema per permettere alle balene di salvarsi da sole.

Chi vuole richiedere un finanziamento a The DAO propone all’organizzazione un progetto. Gli investitori spendono token per votare sì o no. Se la maggioranza dei voti è per il sì, il progetto viene finanziato.

L’organizzazione non ha personale in ruoli manageriali, non ha dirigenti o persone in ruoli decisionali o di rappresentanza.

By removing delegated power from directors and placing it directly in the hands of owners the DAO removes the ability of directors and fund managers to misdirect and waste investor funds.

Insomma, niente intermediari! Niente esperti! Chi cazzo vuole gli esperti! E la mente vola subito a Cole.

Già hai capito – in effetti è scritto nel titolo – che The DAO è fallita.
Ma è fallita male male male.
E’ fallita, ovviamente, perché i programmatori e gli investitori – accecati dall’hubris del tecnopositivismo da Silicon Valley – hanno pensato “a che ci serve gente esperta di contratti? Il codice è il contratto e noi ne sappiamo a pacchi di codice! Il fatto che è dai tempi delle tavolette scritte in cuneiforme che esistono i contratti e gli intermediari nelle faccende di legge non deve mica farci pensare che un avvocato ne sappia più di noi!” Per cui hanno fatto uno sbaglio.
Ma lo sbaglio non è quello che pensi tu, che la saggezza della folla è pari all’intelligenza della folla e quindi gli investitori hanno sperperato denaro in modo stupido. Non hanno fatto in tempo.

Ti consiglio la lettura di questo lungo articolo che spiega molto bene la situazione.

In sintesi è successo questo.
Un hacker ha rubato oltre un terzo dei capitali del fondo.
Almeno si pensava questo fino a che lo stesso hacker non si è fatto avanti e ha spiegato che no, lui non è un hacker e non ha rubato niente.
Ha semplicemente letto il codice-contratto che regolamenta il ritiro dei capitali dal fondo e ha visto che il meccanismo è (semplificando tanto):
– prima il codice crea una copia del denaro (che sono monete digitali, ricorda) nel borsellino di chi ritira e…
– …poi il codice cancella il denaro dal fondo.

E lui si è chiesto: “c’è qualcosa nel codice-contratto che mi vieti di far partire un’altra richiesta di ritiro delle stesse monete in un altro portafoglio prima che venga eseguita la parte di codice che le cancella dal fondo?”

La risposta è no, non c’è nulla che lo impedisca. E quindi lui ha ripetuto questo giochino di duplicazione delle monete fino a che non ha ritirato 50 milioni. O meglio: non li ha ritirati, li ha messi in coda per il ritiro. Dalla richiesta di uscita dal fondo al momento in cui i capitali tornano nella disponibilità dell’investitore devono passare 27 giorni (quindi l’operazione si concluderà a metà luglio).

E’ scoppiato il caos.
L’operazione è corretta secondo la lettera del contratto, ma ovviamente ne viola lo spirito.
Ma il senso di The DAO (o di un D.A.O. in generale) è chissenefrega dello spirito: il codice è il contratto e questo proprio per evitare interpretazioni da parte di soggetti esterni che possano influenzare la transazione (stupidi, esperti avvocati) o interventi da parte di soggetti terzi, gestori o controllori: l’organizzazione può essere autonoma solo se è interamente gestita dal software. Quindi conta quello che si può o non può fare secondo il contratto-codice, non le intenzioni per cui è stato scritto quel contratto-codice.

Cosa fare?
Si sono formati due schieramenti.
Il primo è quello degli integralisti: non si può effettuare nessun intervento umano in una D.A.O. perché nessuno può mettere le mani nella situazione: violerebbe la natura stessa dell’organizzazione. Il contratto va rispettato alla lettera. Si impari la lezione e si passi alla fase 2.
Il secondo è quello degli interventisti: non si può ignorare la violazione dello spirito del contratto, dato che il contratto era scritto male ed è stato sfruttato un errore. Quindi, o si resetta tutto, o si cancellano le transazioni effettuate fino a quella fraudolenta. Poi si passi alla fase 2.

Se passa la linea degli interventisti, è la fine di The DAO. Perché vuol dire che non è tutto puramente automatizzato: ci sono delle persone che possono intervenire nella sacra blockchain e cancellarne dei pezzi arbitrariamente. Ci sono delle persone che in un’organizzazione senza gestori prendono una decisione gestionale.

Se passa la linea degli integralisti e si va alla fase 2, è la fine di The DAO uguale. Perché viene fuori che le sue premesse erano sbagliate – e c’erano un sacco di esperti a dirlo – (hello Mr. Cole!) e sistemare la situazione (hello Ms. Vine!) vuol dire mettere in piedi una struttura che è precisamente quello che si voleva evitare di mettere in piedi.

Scherzava qualcuno su Twitter:

Ma in realtà no: serviranno un avvocato che definisca la lettera del contratto in modo che non sia possibile applicarlo automaticamente senza violarne lo spirito e un programmatore che codifichi correttamente quella lettera in uno smart contract. Evviva l’efficienza! Evviva la disinitermediazione!

Oh, questo non vuol dire che il concetto di D.A.O. sia sbagliato e inattuabile. Vuol dire che l’approccio Michael Cole prima – Sarah Vine dopo con cui è stata creata The DAO è sbagliato.
Vuol dire che l’approccio fail fast, fail often è utile quando permette di sperimentare e soprattutto imparare.
E’ inutile quando chiunque possa esprimere un’opinione informata su quello che stai facendo ti dice “no, guarda, stai sbagliando” e tu lo ignori. Quello è fail fast, fail acazzodicane e non è mai una buona idea.

In apertura ti ho detto che tutto questo ti interessa perché si parla del tuo futuro. Come? Beh, la blockchain è una buona idea. il D.A.O. è una buona idea. E in futuro vedremo sempre più applicazioni in sempre più campi di queste tecnologie e idee. Banche e istituzioni finanziarie stanno già studiando servizi basati sulla blockchain. Molte aziende vogliono disintermediare il settore finanziario (non devo linkare di nuovo la newsletter, no?) con applicazioni basate sulla blockchain. E come abbiamo visto con le balene, non è un discorso legato solo alla finanza. Quindi ci sono sicuramente blockchain e idee e tecnologie da essa abilitate nel nostro futuro.
Il problema è che sono concetti estremamente complessi e quindi è necessario sforzarsi di capire bene di che si sta parlando e di come dovrebbero funzionare le cose. Un consiglio: non conviene fidarsi di chi sostiene che fuck the experts.

Cerco nuovi progetti. Nei hai uno?

Date mar 19 luglio 2016Tagsprogetti /istruzione /iot /smart city

Sto cercando nuovi progetti su cui lavorare.
Per me l’anno inizia a settembre e dato che siamo a luglio, è il momento di guardarmi intorno.
Questo è stato un anno interessante.
Ho dato una mano nello spiegare a INPS e Trenitalia come usare il digitale per guardarsi intorno e all’interno e sviluppare strumenti in grado di trasformare i dati raccolti in informazioni. Utili, no PowerPoint di 300 slide.
Mi sono fatto una cultura in ed-tech, online learning e sul futuro dell’istruzione per dare una mano a un amico (di sfuggita, se ti interessa l’argomento, ti consiglio di iscriverti a questa newsletter).
Ho continuato a studiare i fenomeni legati a Internet of Things e smart city, tenendo anche dei seminari e workshop, come per iLab e Inarea (video fatto con Periscope, per questo è in portrait) e in generale ad insegnare qua e là.
Sto facendo da advisor per una startup che sta sviluppando un progetto interessante di e-commerce.
Poi ho in ballo la progettazione di osservatori sull’innovazione, un paio di piattaforme, sistemi di progettazione basati sul design.
Mi sono rimesso a scrivere codice, continuando a sperimentare con l’hardware, a partire da vecchi progetti, e costruendo pigramente una macchinetta per scambiarsi consigli di lettura (brutta a vedersi, ma funziona!)
E poi ho un po’ di progetti personali di cui è probabile che parlerò prima su Apofenia che qui.

Il prossimo anno vorrei continuare a battere queste strade ed esplorarne altre, sempre con il minimo comune denominatore dell’innovazione e dell’esplorazione della cultura digitale per aiutare chi ne ha bisogno a capire come funziona il mondo oggi, non solo online.
Progetti anche lunghi, 3-6 mesi o pure di più se la cosa è complessa e interessante, part time o full time (ma non come dipendente).
Se hai una proposta o conosci qualcuno a cui potrei fare comodo, la mail è andrea@andreanicosia.net.

Corso di e-commerce a Roma

Date mar 12 gennaio 2016Tagscorsi /ecommerce /roma

locandina corso
ecommerce Ilcorso di introduzione all’e-commerce è progettato per insegnartirapidamente a vendere online.

Se sei un privato che vuole avviare un’attività di e-commerce, se haiun negozio fisico e vuoi iniziare a vendere anche online, se hai giàil tuo sito di shopping online ma non vendi abbastanza, questo corso èpensato per te.

In sole 7 lezioni di 90 minuti passerai da zero a sapere comegestire un negozio online su un sito di tua proprietà o su marketplacecome Amazon ed Ebay.

Il corso si terrà a Roma presso Spazio42, in Via Buonconvento8.

Il costo, in via del tutto eccezionale sarà di 130 €questa è un’occasione unica: ilprezzo del corso è normalmente di 380 €!

Il corso si terrà nel mese di febbraio 2016, con due lezioni asettimana in orario serale.

Il programma delle lezioni:

  1. E-commerce: definizione fiscale e comune. Tendenze. Sito proprietario e marketplace. Approccio specialistico o di massa agli oggetti. Il powerseller.
  2. Come trovare prodotti da vendere: acquisto, produzione, stock, dropshipping, arbitraggio.
  3. Dettaglio marketplace: Amazon.
  4. Dettaglio marketplace: Ebay.
  5. Strumenti di automazione.
  6. Marketing: prezzo, blog, volantini, fiere.
  7. Analytics, Adwords, FB ads. Leggi e fiscalità.

Al termine del corso sarai in grado di:

  • Individuare prodotti con una buona possibilità di vendita online.
  • Rifornirti dai produttori e fornitori ai migliori prezzi – anche a costo zero!
  • Aprire, gestire e promuovere il tuo negozio online.
  • Evitare gli errori più comuni.
  • Utilizzare strumenti di automazione per trovare prodotti e gestire i negozi con il minimo sforzo.

Il corso non termina con la fine delle lezioni!

Al termine di ogni lezione ti verrà fornito il materiale didattico vistoin aula, così non rischi di dimenticare nulla.

Oltre alle lezioni in classe, potrai partecipare al Gruppo Facebookriservato. Qui potrai continuare a ricevere informazioni e consigli,fare domande al tutor, sapere le in anteprima le ultime novità dal mondodell’ecommerce.

Per informazioni e iscrizioni: info@ad-webside.com.

Scarica e consulta i termini diservizio.

Corso di Content Marketing a Roma

Date mar 12 gennaio 2016Tagscorsi /content marketing /roma

locandina corso
content marketing

Il workshop di content marketing è progettato per insegnarti rapidamente a creare e utilizzare i vari tipi di contenuti digitali e i vari canali di comunicazione per costruire un rapporto con i tuoi clienti e promuovere la tua attività.

Content marketing significa usare siti, blog, social networknewsletter, video, podcast a altro come strumenti di marketing percreare un rapporto positivo con i tuoi clienti: dimostrerai loro latua capacità di comprendere e risolvere i loro problemi, fornire il servizio di cui hanno bisogno, vendere i prodotti che desiderano.

In 3 lezioni di 4 ore in formato workshop, estremamente pratiche e basate su casi concreti – magari proprio il tuo business – imparerai la differenza tra essere solo un produttore di contenuti e avere la capacità di sviluppare e realizzare una strategia di marketing basata sui contenuti.

Il corso si terrà a Roma presso Spazio 42, in Via Buonconvento 8.

Il costo, in via del tutto eccezionale sarà di 250 €questa è un’occasione unica: ilprezzo del corso è normalmente di 600 €!

Il corso si terrà nell’ultima settimana del mese di giugno 2016, con tre lezioni in orario pomeridiano.

Il programma:

  1. Differenza tra produrre contenuti e strategia di marketing basata sui contenuti.
  2. I diversi tipi di contenuti.
  3. Allineamento tra contenuti e attività.
  4. Elementi di un contenuto valido.
  5. Come sviluppare e implementare una strategia di content marketing.
  6. Idee e ispirazioni per i contenuti.
  7. Come creare e distribuire i contenuti.

Al termine del workshop sarai in grado di:

  • Definire una strategia di content marketing specifica per te e la tua attività.
  • Pianificare la creazione e distribuzione dei contenuti.
  • Creare e gestire canali di pubblicazione.
  • Automatizzare le operazioni.
  • Evitare gli errori più comuni.

Il corso non termina con la fine delle lezioni!

Al termine di ogni lezione ti verrà fornito il materiale didattico visto in aula, così non rischi di dimenticare nulla.

Oltre alle lezioni in classe, potrai partecipare al Gruppo Facebook riservato. Qui potrai continuare a ricevere informazioni e consigli, fare domande al tutor, sapere le in anteprima le ultime novità dal mondo del content marketing.

Per informazioni e iscrizioni: info@ad-webside.com.

Scarica e consulta i termini diservizio.

Solidarietà e algoritmi, tumblr, corsi. Questo non è il solito post di inizio anno!

Date ven 01 gennaio 2016Tagsalgoritmi /solidarietà /star wars

Come va la digestione? Sei riuscito a smettere di mangiare per almenocinque minuti? Io no. E in effetti ho già di nuovo fame.

Auguri da Roma!

++

Come ti ho detto mesi fa, poiché io ragiono ancora come un liceale, perme il vero inizio dell’anno èsettembre.Il passaggio da dicembre a gennaio e il cambio dell’anno sono menoemozionanti. Nonostante gli anni del liceo siano passati da tempo, inquesti giorni riesco sempre a prendere un po’ di giorni di ferie e starea casa. Quindi, oltre che per mangiare, questo periodo mi serve più perrifiatare e fare il punto sui progetti e propositi pensati alla finedell’estate che per farne di nuovi per l’anno nuovo.

Tra l’ultima volta che ti ho scritto e oggi ho accompagnato mia moglie aun incontro della Caritas.Cosa fa la Caritas? E’ presente sul territorio con dei centri diascolto. Ascolta i bisogni delle persone e prova a dare una primarisposta concreta, con la vicinanza e con un pacco con viveri e abiti.Il pacco è la rappresentazione fisica e tangibile della sua attività.Naturalmente, la caratteristica di ogni impresa del genere è la mancanzadi mezzi: poco tempo, pochi volontari, pochi abiti, poco cibo, moltibisognosi. Lo scopo di quell’incontro era uno scambio di consigli ebuone pratiche per riuscire a fare di più col poco a disposizione.

Mentre ascoltavo, la mia testa è partita. Se il pacco è larappresentazione fisica e tangibile, allora è l’elemento misurabiledell’attività. Tempo e risorse sono elementi da ottimizzare. Come sipossono aiutare i volontari a essere più efficienti con processiottimizzati e tecnologia? E mentre pensavo questo, mi sono reso contoche sarebbe stata la risposta sbagliata. L’ottimizzazione nel processo“ascolta le persone – individua i bisogni – sollecita donazioni –esamina cibo e vestiario ricevuti – allestisci i pacchi – distribuisci ipacchi” sicuramente aumenterebbe l’efficienza dei volontari.

Ma molto probabilmente creerebbe un grosso, grosso problema.Trasformerebbe i volontari in ingranaggi di una macchina ben oliata ilcui scopo è distribuire pacchi. Ma non è questo lo scopo della Caritas.La Caritas te la devi immaginare come un pronto soccorso: ascolta unbisogno e ci mette una pezza con il pacco. Ma i volontari sanno che ilbisogno è  un sintomo e il pacco non è la soluzione. La Caritas non èattrezzata per dare la soluzione, ma è in contatto con strutture,religiose e civili, che possono aiutare a risolvere il problema. Aquesto serve l’ascolto. Non a sentire cosa serve, ma a capire perché c’èquel bisogno e a chi consigliare di rivolgersi per risolvere ilproblema. E poiché ci si trova di fronte a persone con problemi, non èdetto, anzi è improbabile, che si possa arrivare dal bisogno al problemaall’interno di uno slot di tempo efficientato. Ci vuole pazienza, civuole cuore.

Non ci vogliono algoritmi che trasformino i volontari in macchinetteefficienti, ma metodi che aiutino le persone che si offrono comevolontari a entrare in sintonia con le persone che si approcciano a lorocon dei problemi. Mi sono confrontato con un responsabile anziano di uncentro d’ascolto e mi ha confermato che sì, il problema è quello:insegnare alle persone ad ascoltare. Ma molti pensano che la soluzionepassi per l’aumento dell’efficienza. Ovvero quello che nei miei terminiè rendere le persone ingranaggi, nelle sue soldatini di un esercito.

Nel futuro algoritmico che abbiamo davanti, però, la soluzione propostaè proprio quella sbagliata: il processo ottimizzato, l’efficienza, ildato analizzato in modo meccanico, l’algoritmo programmato da chissà chicon chissà quale obiettivo (o con chissà quale intima conoscenza delproblema). L’app per la solidarietà.

Ancora non so quale sia la soluzione, l’alternativa all’approccioalgoritmico. Come non lo sapevo nella scorsaemailo quando scrivevo diauto che si guidano dasole.Però è chiaro che questi pensieri continuerò a farli, perché secondo mel’argomento è di primaria importanza. Se ci vuoi riflettere con me seiil benvenuto, perché pensando da soli non si va molto avanti.

++

Ti ricordi Chetteleggi? Ho quiuna serie di appunti su come migliorarlo. Ho anche fatto unesperimento, che a vederlonon sembra diverso, ma dietro il codice è completamente differente. Perònon funziona ancora come vorrei. Nei ritagli di tempo trasformerò gliappunti su carta in modifiche al codice e farò funzionare il tuttodovrebbe. Intanto, approfittando del Natale, ho preso un pezzo di idea eci ho fatto questo: la Gattina di Natale che consiglia ilibri. Un giornointegrerò il tutto in un sito solo, intanto puoi giocare con la Gattinadi Natale e con Chetteleggi.

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Hai presente Tumblr? Sì? No? No?!? E’ un social network utilizzatooggi prevalentemente per la pubblicazione e condivisione di foto, maraccoglie qualsiasi tipo di contenuto. Te l’ho raccontato come la cosapiù noiosa del mondo, ma è un’isola felice e unica su Internet. Martedì5 a Roma ci sarà il Tumblr Day 2016. Ioterrò un talk, ma ti assicuro che vale la pena venire anche non perascoltare me. Tumblr è un bel posto online ed è frequentato da bellagente che vale la pena venire a conoscere. Vieni.

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Ho visto Star Wars: Il Risveglio della Forza. Due volte. La primacon un’ansia pazzesca addosso. E nonostante questo mi è piaciuto. Poil’ho rivisto più sereno e mi è piaciuto di più. Non è un film perfetto,ma è un bel film.  Star Wars è di nuovo tra noi. Ne parloqui.

++

A febbraio o giù di lì dovrei tenere un corso in aula sulle basidell’ecommerce: da zeroalla gestione di un negozio online su sito proprio o marketplace insette lezioni, con due incontri a settimana. Se ti interessa o conosciqualcuno a cui possa interessare, fammi sapere.

Settimana 272: Th-th-th-that’s all folks (but I’ll be back)

Date ven 23 dicembre 2011

Citazioni cinematografiche in chiusura d’anno, accompagnatedall’inevitabile tirare le somme.

E’ andata bene?E’ andata bene.Si poteva fare meglio?Si può e si deve sempre fare meglio.

Pensieri sparsi per ricapitolare il 2011.

I progetti avviati danno frutti e fannoben sperare per il futuro. Non è tutto rose e fiori, ma d’altra partenon lo è mai. Ma l’ottimismo è giustificato.

Ho iniziato un corso di schermastorica. E’ esaltante. Ora potrei tirarefuori le 5 lezioni di marketing ispirate alla scherma, i 10 consigli divita che ci vengono dai maestri rinascimentali, i 15 suggerimenti peruna comunicazione ispirata al duello cortese. Ma la scherma scienza earte è troppo nobile per queste fesserie.

Sono statointervistatoda Forrester Research. E’ la secondavolta.No, non me ne sono vantato prima. Lo dico solo ora, en passant. Tantoper farvi capire con chi avete a che fare.

La gamification è unaputtanata.Lo so, ve la vendono come la cosa migliore mai capitata al mondo dopo laNutella. E’ una puttatata.Il che non vuol dire che le meccaniche ludiche non funzionino.Funzionano. E’ la gamification che è una puttantata. Ve ne accorgerete.

Lo storytelling è il contrario della gamification: è la cosa miglioremai capitata al mondo (se la batte con la Nutella, vince di poco). Hol’intera storia del mondo a darmi ragione.

Viaggiare è importante. Vedere persone è importante. Partecipare a ognisingolo evento dinetworking-aperitivocreativo-volemosebene-paccesullespallepertutti è al99% una perdita di tempo. Ve lo dico soprattutto se siete alle primearmi e vi raccontano la storia del networking-è-importante.No, pensate a lavorare. Imparate il mestiere e poi andate agliaperitivi.

En passant: agli eventi non ci dovrebbe mai essere da mangiare. Lepersone devono venire per l’evento, non per rivedere gli amici escroccare la cena.

Le città sono importanti. Ogni iniziativa di marketing (ogni iniziativain generale) dovrebbe tenerne conto.

Tizio/a alle prime armi di tre paragrafi sopra che vuoi fare marketing:leggiti le varie definizioni di marketing, scoprirai che moltoprobabilmente tu vuoi fare pubblicità o pubbliche relazioni, nonmarketing.

E’ perfettamente possibile campare facendo il mio lavoro, con grandesoddisfazioni e pochi compromessi. Il segreto è, indovina un po’,impegnarsi con tutte le forze. Ho detto che è bello, mica che non èfaticoso.

Belle cose a tutti.