Apofenia 3: come parlare con le macchine in modo efficiente e senza sembrare scemi - Andrea Nicosia

— Questo testo è apparso in originale come terzo invio della newsletter Apofenia

Buongiorno da Civitella del Tronto. Sto seguendo dei seminari di scherma e mangiando come se non ci fosse un domani. Non sarà il meglio della vita secondo Conan il Barbaro, ma per me è nella top 10 senza discussioni.

++\ Apofenia: pensieri sconnessi con periodicità casuale di Andrea Nicosia\ ++

Dopo la pesantezza della settimana scorsa avevo promesso temi più leggeri. Li ho! Uso anche delle emoji per rendere tutto più giocoso. Guarda!

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Domenica scorsa mia moglie ha fatto il saggio di danza di fine anno. Vedendo ballare lei e gli altri allievi e allieve della scuola di ballo ho avuto una risposta alla domanda sulla capacità delle macchine di esprimere arte. In giro trovate parecchi video di droni programmati per volare in formazione e la loro danza è affascinante. Complimenti agli ingegneri che li hanno programmati. Ma questo è nulla rispetto al lavoro che hanno fatto gli istruttori e gli allievi per portare persone, corpi, caratteri, sentimenti diversi a muoversi in maniera armonica e coordinata, uniti in una coreografia, ma ciascuno con la propria personalità. Non è solo la riproposizione di una serie di movimenti, ma un lavoro sulle anime. E' stato emozionante. E mia moglie è bravissima!

Mentre lei era alle prove ho fatto un giro all'ultimo Mercatino Giapponese della stagione.\ Incidentalmente e senza fare altre considerazioni, per ora, ti faccio notare che la presenza web ufficiale del mercatino è una pagina Facebook.

Se non lo conosci, il mercatino è formato da una serie di stand. Molti vendono quello che ti aspetti: gadget, magliette, giocattoli, statuine eccetera dei vari anime e manga attuali o dei bei vecchi tempi. Grande momento nostalgia. Poi ci sono una serie di stand di artigiani che propongono lavori loro originali o ispirati ad anime e manga o alla cultura giapponese. O a quella gothic. O alle fatine. O a quello che gli pare. Vale la pena visitarlo, si mangia pure bene. Riparlerò degli artigiani.\ Alcuni venditori offrono i giocattoli dei robottoni con cui sono cresciuto in confezione originale a costi da infarto. Io ne avevo parecchi di quelli: ricordo almeno due Daitarn 3, un Trider G7, un General Daimos, vari Mazinga e Goldrake, un Pegas di Tekkaman. Sono andati tutti distrutti o con l'uso o, nel caso dei trasformabili, vittime della curiosità: smontati per vedere come funzionavano. La prima volta che ho visto i prezzi ho rimpianto la fine che avevo fatto fare a tutti quei giocattoli. Poi mi sono ricordato che giocandoci mi sono divertito molto, ho ricordato Toy Story e non ho avuto più rimpianti.

(ノ´ヮ´)ノ*:・゚✧

Ora, mentre per me girare tra i banchi del mercatino significa fare un giro nella memoria o comunque tra cose familiari, le prime volte per mia moglie - che ha un background culturale diverso dal mio - era un aggirarsi in terre incognite. Non solo non sapeva cosa stava guardando, ma non aveva neppure il codice per interpretare le mie reazioni. Perché non degnavo di uno sguardo quella bandiera pirata, mentre versavo una lacrimuccia davanti a quell'altra? Per cui faceva la cosa più naturale del mondo: mi faceva domande. E io rispondevo. La stessa cosa succede quando visitiamo una mostra: lei è laureata in storia dell'arte e ha un patrimonio di conoscenze e strumenti che le permettono di vedere molto più di quanto vedo io in un'opera. Io le faccio domande e lei mi risponde. Se servono informazioni, il parlare è una delle interfacce più efficienti che esistano.

Il che porta a una considerazione per me interessante, che unisce il parlare con il fatto che il Mercatino Giapponese non ha un sito, ma una pagina Facebook. Il web con cui sono cresciuto io era fatto di siti: "destinazioni" proprietarie in uno spazio aperto. Il web oggi è fatto di app, "destinazioni" proprietarie chiuse, o profili social, presenze "proprietarie" (notate come ho spostato le virgolette) in uno spazio privato in cui le persone comunicano tra loro mentre altre persone o aziende cercano di ricavarsi spazio nelle conversazioni. Il futuro? Se come dicevano giustamente quelli del Cluetrain Manifesto i mercati sono conversazioni e se quello che vogliono fare oggi le persone è comunicare, scrivere, chattare, allora secondo me il futuro non è un sito proprietario, non è un profilo proprietario, non è un'app proprietaria, ma è proprio una conversazione: una presenza in un sistema di messaggistica o di chat, scritta o vocale. In finale, se voglio informazioni, non mi importa come mi arrivano. Mi importa che arrivino e che sia facile richiederle e ottenerle. E se posso farlo usando i sistemi di comunicazione che uso abitualmente, è più comodo. Come dice Matt Webb, le interfacce del futuro potrebbero essere sistemi di conversazione. Con umani o con bot. E la conversazione non avviene in un'app proprietaria, ma in quelle che uso per parlare con i miei amici. E magari senza neanche aprirla quest'app, ma direttamente dal pannello delle notifiche dello smartphone.

In un certo senso, Anil Dash è su questa stessa strada quando ipotizza che un modo per rilanciare Twitter potrebbe essere quello di usarlo come sistema di comunicazione tra noi e gli smart devices dell'Internet of Things e per le comunicazioni dirette tra oggetti.

Le interfacce vocali già ci sono, ma sono ancora rozze e usarle ci fa sembrare buffi, come quelli che usano l'auricolare bluetooth o quelli che provano a usare la realtà aumentata girando con lo smartphone davanti agli occhi.

Due domeniche fa ho celebrato il Giorno della Visciola. Che è una tradizione mia: ho un albero di visciole in giardino e a metà giugno raccolgo i frutti, che poi trasformo in liquore. Una volta all'anno ho questo ritorno all'infanzia: fino a 12 anni circa passavo lunghi periodi a casa di alcune mie zie in Veneto che avevano (per me, che ero piccolo e basso) un enorme orto. D'estate era pieno di verdure da raccogliere. Per non parlare dell'uva fragola più buona nella storia dell'uva e degli alberi da frutto su cui mi arrampicavo per leggere all'ombra, con il mio cane addormentato sotto e albicocche o pesche da cogliere direttamente dai rami per una merenda veloce.\ Il Giorno della Visciola è meno poetico, ma prevede comunque l'arrampicarsi su un albero. Durante la raccolta, anche se ho il telefono in tasca, è difficile che mi faccia distrarre dalle sue notifiche o lo usi per comunicare. Arrampicati su un albero con una busta per raccogliere frutta in una mano e capirai perché. Prova a usare i comandi vocali e vedrai tutta la loro rozzezza.

Ma la strada è quella.

Mio padre lavorava per l'Alcatel. Quando portò a casa i primi cellulari io gli chiesi perché erano a forma di telefono. Perché sono telefoni, rispose lui. Ma non c'è bisogno che siano a forma di telefono: ne svolgono la funzione, e permettono pure di mandare messaggi scritti, ma non hanno bisogno di averne la forma: capisco l'abitudine e l'ergonomia, ma si possono spezzare i componenti mettendo auricolari e microfono da una parte, batteria da un'altra, schermo e tastiera da un'altra ancora.\ Da giovane ero intelligente.

Ora, con i wearable devices stiamo andando in quella direzione. Il telefono e le interfacce si spezzano e si distribuiscono: un pezzo in tasca, un pezzo davanti agli occhi, un pezzo sul polso, la memoria nel cloud. La forma finale sarà il nulla, nel senso che sarà qualcosa che infilo in tasca e lo dimentico lì, con cui comunicherò a voce. Un po' alla Her, in uno scenario in cui non sono l'unico che parla da solo per strada. Con un'interfaccia leggera e poco ingombrante, ma ben definita. Perché ricorda che, come dice Timo Arnall, nessuna interfaccia è una cattiva interfaccia.\ ++\ Per favore, pubblicizza la newsletter con un tweet o un post sul tuo social network preferito. Puoi usare questo testo se non vuoi sforzarti di scriverne tu uno:\ Sono iscritto alla newsletter Apofenia. Se ti iscrivi anche tu Andrea mi restituisce le chiavi di casa http://apofenia.voxmail.it/user/register\ ++

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AN\ Civitella del Tronto\ 2015

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