Il ruolo della comunicazione nella Brexit

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Date ven 24 giugno 2016Tagsbrexit

Mappa del voto Brexit

Se vogliamo continuare a definire “ignoranti, disinformati, ingenui, manipolabili”, in una parola “cretini”, gli elettori di movimenti populisti che basano la loro comunicazione su slogan che parlano alla pancia e non al cervello, allora potremmo commentare la Brexit con “17 milioni di cretini in meno nell’Unione Europea.”
Che, ovviamente, è uno slogan che parla alla pancia e non al cervello, una banalizzazione e una semplificazione di una faccenda complicata buona per Twitter e per strappare un ghigno ad altri cretini, quelli che stanno dall’altra parte e cercano una consolazione.

Stando a sondaggi ed exit poll, pare che le grandi città e le fasce più istruite della popolazione abbiano votato per rimanere. Questo ha scatenato i commentatori che imputano risultati di questo genere alla mancanza di istruzione e sensibilizzazione dell’elettorato: dai alla gente 20 anni di reality show e come ti aspetti che pensino?
Anche questa è una semplificazione. L’elettore è ignorante (e lo è: secondo Google Trends il picco di ricerche sulle conseguenze della Brexit è avvenuto a urne chiuse) solo quando ti vota contro. Quando si fa convincere da “nel segreto dell’urna Dio ti vede e Stalin no”, “meno tasse per tutti” o da “rottamiamoli!” allora è saggio.
Allora forse il problema non è avere elettori faciloni (in realtà è il problema, ma pare che nessuno schieramento abbia realmente voglia di risolverlo), con i vari campi di chi dice che va tolto il voto agli ignoranti (buuuuuuh! puzzone!) e chi dice che materie così complesse non dovrebbero essere sottoposte a referendum e ridotte a un sì/no (e sono d’accordo).
Il problema è chi è più bravo a girare i fatti a proprio vantaggio e a trovare le leve giuste per muovere la pancia degli elettori. A quanto pare, la paura è una leva più forte della speranza.

La maggior parte degli elettori anziani pare, sempre secondo exit poll e sondaggi, abbia votato leave. Supponiamo sia vero: perché avrebbe dovuto votare remain? Prima dell’Unione Europea, quando erano giovani e si affacciavano al mondo del lavoro, era normale trovare un posto fisso, comprare casa, avere una pensione, concedersi qualche lusso. Adesso vedono che per i loro figli e nipoti è sempre più normale rimanere affacciati alla finestra senza speranze. Perché un anziano avrebbe dovuto votare diversamente? Si ricorda di quando le cose andavano bene e ora vede che vanno male. Perché avrebbe dovuto votare per un Regno Unito del futuro che è così peggiore del Regno Unito della sua giovinezza?
Se il fronte del leave è stato bravo – e lo è stato – a semplificare/banalizzare/ingarbugliare il discorso imputando alla sola appartenenza alla UE ogni peggioramento (percepito o reale) nella qualità e nello stile di vita, come si poteva pensare che chi si ricorda quanto si stava meglio quando si stava peggio non volesse tornare al passato?
Naturalmente, molti giovani la pensano diversamente.Questa è una dinamica da tenere ben presente, perché tutta la popolazione europea sta invecchiando. E, francamente, ti rode parecchio quando qualcuno ti fotte il futuro perché ha dei vaghi ricordi di una piacevole gioventù o è troppo terrorizzato da tutto quello che non è il suo status quo per pensare anche solo per un momento alle conseguenze che le sue decisioni avranno su tutti gli altri.

Alla fine, quindi, è una questione di comunicazione. Di design della comunicazione.
Chi è più bravo a semplificare concetti complessi, tradurli in parole d’ordine e slogan facili da assimilare e che muovono le leve giuste, vince.
Quindi siamo ridotti a sperare non tanto che vinca quello che comunica nella maniera più onesta, perché non ce la può fare: dovrebbe esporre fatti noiosi, dati complicati, elementi difficili da interpretare per un elettorato impreparato, distratto, spaventato. Dobbiamo sperare che sia più bravo a semplificare il discorso quello che ha le intenzioni più oneste.
O meglio ancora, dobbiamo sperare che chi vuole proporre un futuro non basato sulla paura e sulla chiusura impari a progettare una comunicazione che parli al cervello di una parte della popolazione e parli semplice al resto degli elettori. Un semplice che sia il semplice del buon design, non il semplice cazzaro.Ed è un problema di comunicazione a due vie: chi governa (o vuole governare), ma non sa comunicare quello che sta facendo e perché una certa cosa è bene e una certa altra no, ma soprattutto chi governa (o vuole governare), ma non ascolta e non si rende conto di quali siano i temi, gli argomenti, le speranze, le paure, non può fare altro che mettere in conto sconfitte su sconfitte.

Ora sono partiti i commenti e le ipotesi su cosa succederà adesso. Anche qui c’è un problema di comunicazione: adesso non succede niente. Non è che – come forse molti elettori pensavano in base alle affermazioni del campo leave – dalle 9 di stamattina il Regno Unito non è più parte della UE, tutti i trattati e gli accordi decadono, fuori gli stranieri senza visto, eccetera. Il referendum era consultivo. Ora il governo deve prendere atto del risultato e decidere cosa fare. Anche ignorarlo – e pagare poi un prezzo durissimo alle elezioni. La procedura vuole che il governo, se decide di seguire l’indicazione del referendum, invochi l’articolo 50 del Trattato di Lisbona e faccia partire la procedura di circa due anni che porta all’uscita. Ma lo stesso fronte che la lavorato per la Brexit potrebbe chiedere al governo di non andare avanti con l’articolo 50, ma rimanere nella UE e usare il risultato del referendum come leva per ricontrattare accordi, diritti, doveri e dazi.
Quindi, al di là del panico e della confusione di queste ore (anche le dimissioni annunciate da Cameron non avranno luogo prima di ottobre), ci vorranno anni per capire realmente cosa succede in Regno Unito e nel resto d’Europa e per vedere e comprendere a fondo gli effetti di questo evento.
Anche i politici euroscettici che in queste ore stanno twittando la loro gioia per il risultato attenderanno qualche tempo per capire se quello dell’uscita dall’UE è un cavallo che si può cavalcare fino in fondo anche nei loro paesi o se il risultato della Brexit è uno scenario alla Mad Max, con i cadaveri di chi ha lanciato il referendum abbandonati sui bordi delle strade.

Certo, in generale, tocca fare qualcosa per questa paura che attanaglia sempre più tutti e rende sempre più prigionieri di manipolatori che sanno come usarla a proprio vantaggio.

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