L’Ecommerce O2O – offline to online – è vivo e lotta insieme a noi

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Alza la mano se hai mai fatto una di queste cose:
– in un negozio fisico hai controllato online il prezzo di un prodotto che avevi lì davanti, per vedere se se su Amazon e simili costava di meno.
– in un negozio di abbigliamento o scarpe ti sei provato qualcosa per verificare che ti stesse bene e poi lo hai comprato online a un prezzo più basso.

La possibilità di confrontare i prezzi tra negozi online e negozi reali è troppo forte per non farlo. E’ un nuovo comportamento reso possibile dal digitale, che a sua volta rende possibile una evoluzione dell’ecommerce: l’O2O.

Che vuol dire O2O? Sta per Offline to Online, ovvero un processo di acquisto che inizia con un’esperienza offline, nel mondo reale e termina online.

Quel che succede è che il negozio sparisce, sostituito da un luogo in cui fai un’esperienza del prodotto: lo vedi, lo tocchi con mano. Lo spazio fisico diventa espositivo ed esperienziale: il salotto in cui vai per prendere un caffè con gli amici e intanto chiacchieri con un esperto del prodotto, guardi i vari articoli, fai qualche prova. Poi puoi fare l’ordine lì, con un terminale a disposizione, o direttamente da casa. Tanto il prodotto lo hai visto, non ti devi fidare. Esci senza scatole, buste, pacchi. Aspetti la consegna a casa.
I prezzi sono ridotti, perché il negoziante non ha più bisogno di uno spazio espositivo completo, con tanto di magazzino, sistemi anti taccheggio e tutto quello che fa salire il costo di un’attività di vendita su strada. Ci sono pochi pezzi dimostrativi, il resto è in un magazzino centralizzato, in un’area della città in cui l’affitto è più basso. Dopo la prima visita, puoi continuare a ordinare online: tanto ormai i prodotti li hai provati.

Ed ecco un caso concreto e – sorpresa! – italiano:

Majer è una catena di bar di Venezia.

Tre anni fa avevano tre punti vendita, ora ne hanno otto sparsi in città, che hanno di base gli stessi prodotti a marca loro, dal caffè ai dolci al vino, e poi ciascuno è orientato a una offerta specifica: il bar, la gelateria, il ristorante fighetto etc.

E poi c’è lo showroom, il locale che vedi nella mia foto storta, che è solo un’area salottino per degustazione, con una postazione con pc in cui il personale aiuta i clienti meno abituati al commercio elettronico a fare ordini sul loro shop online.

Lo showroom non vende fisicamente niente, non c’è neppure il registratore di cassa.

Tu vai lì, assaggi qualcosa, ti fai preparare un caffè con la polvere o con le cialde compatibili Nespresso (ovviamente hanno una macchina Nespresso, per rassicurarti del fatto che le cialde sono veramente compatibili, anche con quella che hai a casa tu), provi i dolci – e dovresti, sono buonissimi! – e te ne vai. Puoi ordinare da lì o da casa. C’è anche il cestino per il pranzo, se vuoi, da farti consegnare in ufficio.

Ora, se ci pensi, non ci dovrebbe essere bisogno di uno showroom dedicato: Majer ha otto punti vendita, otto punti di contatto tra i suoi prodotti e i potenziali clienti. Se ti piace qualcosa, te lo puoi comprare direttamente. E in ogni negozio c’è la mappetta con la posizione degli altri sette punti vendita e il link al sito e all’ecommerce.

Ma lo showroom è essenziale: perché serve a rassicurare, a tranquillizzare a insegnare. I locali sono quasi sempre affollati, i baristi non hanno il tempo di spiegarti come andare sul sito, su cosa cliccare, come pagare. Lo showroom serve a quello. Vai lì, ti mettono a sedere davanti a un pc e ti mostrano la procedura passo passo. Mentre assaggi i prodotti, così sei tranquillo che ti arrivano a casa gli stessi biscotti o lo stesso vino che hai assaggiato nei locali.

Bravo Majer.

Certo, poi un esempio di ecommerce fatto bene come questo è un altra freccia nella faretra di chi conduce una guerra contro il contante – e tu già sai io su che fronte sono schierato – ma di questo parleremo un’altra volta.

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