Neo-minimalismo e tecno-nomadi


Date ven 22 luglio 2016Tagspersonale /ricordi /neo-minimalismo /nomadi digitali /lifestyle

Questo testo è una parte dell’ultimo invio di Apofenia, la mia newsletter. Se non temi i muri di testo, puoi iscriverti qui

Tecno-nomadi

Il 2007 è stato l’anno dell’estate infinita.
A gennaio sono andato a svernare a Perth, poi – dopo una breve pausa di ritorno a Roma per andare in scena con uno spettacolo teatrale – ho ripreso un aereo, destinazione Lisbona e il suo cielo altissimo e azzurrissimo.
Come mai Perth? Lo racconto nel primo e unico Prezi che io abbia mai realizzato. La spiaggia di Morfeo è una citazione da Sandman, naturalmente.
Come mai Lisbona? Questo te lo spiego davanti a un caffè.

Ora, il fatto che io sia sfuggito all’inverno non vuol dire che sia sfuggito al lavoro.

Mi sono portato dietro il laptop e ho portato avanti il mio lavoro da freelance che facevo all’epoca, quasi come fossi nel mio ufficio a casa.

“Quasi” perché le città in cui ero e le persone con cui stavo hanno avuto molta, molta della mia attenzione.

E “quasi” perché ho dovuto effettuare qualche aggiustamento: in Australia ho dovuto fare un po’ di conti con i fusi orari per le chiamate su Skype. A Lisbona ho trovato un paio di Internet Cafè nel Barrio Alto in cui era molto piacevole andare a lavorare senza dovermi portare dietro il computer (i miei laptop sono “trasportabili” più che “portatili”. Non vivo senza una tastiera estesa) e in cui potevo rompere il ritmo bevendo qualcosa o facendo un giretto nelle vie animate dai turisti.

Quello che ho fatto io, un po’ per caso, un po’ buttandomi, pare che oggi sia una ficata di moda: il nomadismo digitale. La possibilità di vivere e lavorare ovunque nel mondo senza sacrificare (troppo) il lavoro, potendo essere sempre in contatto con colleghi e clienti e avendo sempre accesso agli strumenti necessari per lavorare.

Product Hunt raccoglie un botto di segnalazioni di prodotti e servizi dedicati a chi vuole provare questo stile di vita.

Nella mia esperienza, citando le immortali parole di Frederick Frankenstein, SI… PUO’… FARE!!!

Ma!

Ma pianificando le cose per bene. E soprattutto, per quanto ho visto io, è più o meno facile a seconda delle relazioni di lavoro. Se la relazione con il cliente o con i colleghi è “prendo il lavoro, lo faccio, ti aggiorno per email/skype/slack”, è facile. Se inizia a esserci la necessità di – mio dio! – riunioni con il cliente o con il gruppo di lavoro in cui per motivi di efficienza o di fiducia bisogna guardarsi in faccia senza un monitor di mezzo, allora le cose si complicano.

Oggi la tecnologia aiuta sempre più a superare i problemi di efficienza. Guarda la lista su Product Hunt: ci sono strumenti che nel 2007 non esistevano, se ce l’ho fatta io con quello che passava allora il convento, ce la può fare chiunque.

Per la fiducia è un discorso diverso. Noi siamo tutti smart e digital, ma non so se io per primo avrei voglia di lavorare a un progetto grosso e complicato senza mai condividere almeno una volta lo stesso spazio con le altre persone.

A occhio direi che se ti occupi di cose piccole o abbastanza standard, puoi prendere la via del nomadismo digitale. Se lavori su progetti medio grossi e con interlocutori non avvezzi al digitale, è molto più complicato. Ma se hai una qualche struttura per cui agli incontri dal vivo ci puoi mandare altri e tu devi solo fare il lavoro, allora ridiventa facile. Probabilmente questo è lo scenario migliore.

Neo-minimalismo

In realtà tutto quello che ho scritto qui sopra è una premessa all’argomento di cui ti voglio parlare: il neo-minimalismo.

Se vuoi vivere la vita del tecno nomade devi essere un minimalista: non puoi portarti dietro tonnellate di roba, devi essere agile, leggero, avere l’essenziale e non più di quello. Poca roba di altissimo livello che entra tutta in una valigia.Ma io credo che essere un minimalista aiuti a vivere meglio anche se il tuo nomadismo è andare dalla camera da letto al salotto.

Tutti questi pensieri che mi frullavano in testa prima del 2007, che mi hanno permesso di essere una trottola produttiva che si diverte un casino nel 2007 e che mi aiutano a vivere meglio ancora oggi li ha espressi secondo me al meglio Sean Bonner in un articolo/manifesto del 2010 da cui ho rubato il titolo di questa email.

Tra i vari punti tutti da leggere, ti segnalo questo:

I decided to value the gathering of experiences over the acquiring of stuff, and to get rid of stuff which would enable the gathering of more experiences.

Ora, non dico che neo-minimalism is the way to go sempre e comunque. Penso che tu ci debba essere portato. Ho sempre preferito parlare delle mie esperienze (sono vecchio: tendo a raccontare le stesse cose alle stesse persone in continuazione, perché mi dimentico cosa ho detto a chi) che parlare dei modellini di Star Wars o dei libri e fumetti che ho sugli scaffali. Intendo dire gli oggetti-libri e gli oggetti-fumetti, non le storie in essi contenuti.

Ho regalato una prima edizione originale di Stardust (a Neil Gaiman fischieranno le orecchie) autografata da Gaiman e Vess. I ricordi di come, perché e a chi saranno sempre più preziosi di quei volumetti.

Ma non è facile dire da un giorno all’altro ok, mi circondo di nulla. E poi farlo pure!

Anche se secondo me è una strada da intraprendere. Altro copia-incolla da Bonner:

our mountains of physical stuff are actually cluttering up more than just our houses.

Cielo, quanto è vero! Preoccuparsi di dove mettere le cose per ritardare il più possibile il momento in cui uno dei gatti le butterà per terra, pulire il milionesimo set di tazzine da caffè mai usato, guardare l’armadio e chiedersi cosa indossare tra decine di capi tutti leggermente inappropriati. Che palle!

Meno roba, di maggior valore – anche emozionale – meno ingombri mentali. La roba giusta da mettere in valigia per partire rapidi verso una nuova avventura.

Poi oh, non sono un integralista e di strada ne ho da fare. Quando Flavio mi ha mandato questi regali dal Giappone non ho pensato “uffa… altra roba!”, ma “yeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhh!!!”

E soprattutto, non posso essere integralista: non vivo da solo e non posso imporre la mia visione di minimo indispensabile a mia moglie. Ce la devi avere la vocazione al minimalismo, non può piovere dall’alto.

E non sono integralista perché anche io ho i miei momenti di debolezza: sono un accumulatore di penne stilografiche, quaderni (info di servizio: Moleskine e stilografiche non vanno d’accordo. Meglio quaderni con carte giapponesi tipo Tomoe come i prodotti Midori Travellers’ oppure carta Clairefontaine come quella usata da Rhodia) e gatti.

Non posso essere integralista poi perché gli oggetti non sono solo oggetti, ma anche ricordi e simboli di ciò che siamo.

Tempo fa ho iniziato a scrivere un romanzo di fantascienza, che è ancora incompleto in una cartella del mio hard disk.
I membri di una setta pensano di aver trovato il modo per vivere in eterno.
Il loro ragionamento è: se la persona è la summa dei suoi ricordi ed esperienze, la morte rappresenta la perdita di quanto accumulato nel passato e l’impossibilità di vivere nuove esperienze e formare nuovi ricordi.
Se fosse possibile impiantare ricordi e personalità in un corpo nuovo, che tramandasse quanto ricevuto e vivesse nuove esperienze e prendesse decisioni in modo coerente con quanto fatto in passato, la persona continuerebbe a vivere.

Quindi rapiscono dei senza tetto e con un mix di droghe, lavaggio del cervello, ipnosi e chirurgia plastica fanno dimenticare loro chi erano e sostituiscono la loro personalità con quella di un membro della setta. Il procedimento deve essere ripetuto a intervalli regolari per evitare che i ricordi originali riemergano. Il protocollo prevede che per rinforzare il procedimento la persona debba circondarsi di quanti più oggetti del suo passato possibile e continui ad accumularne di nuovi, legati alle nuove esperienze vissute nel nuovo corpo: ricordi, souvenir, memento, cartoline, statuette, libri, vestiti, foto, mobili, riviste… Tutto quello che sia legato anche in minima parte a ciò che erano e ciò che vogliono continuare a essere, per soffocare la persona di cui occupano il corpo.

La figlia di un membro della setta si insospettisce per gli impercettibili cambiamenti che vede nel padre. Nulla di tangibile o strano, ma piccole cose di cui può accorgersi solo chi ti conosce da una vita. E una cosa effettivamente strana: ha riempito la casa con tutti i cimeli e ricordi che aveva conservato in cantina e che non voleva più avere intorno da quando, anni prima, era morta la moglie.

La figlia va dal mio protagonista: Julian Anton Wong (anglo-cinese per ora basato a San Francisco, usa “JAWs” come account su ogni social network e sistema di messaggistica), un investigatore privato. Wong è un neo-minimalista. Il suo appartamento è la versione 2.0 di questa foto di Steve Jobs: ha sedie, divani e una scrivania solo perché i clienti se lo aspettano.

A un certo punto della storia, Wong e la ragazza si rifugiano nel suo ufficio dopo un tentativo di entrare nella sede della setta andato storto. Mentre lui chatta con il/la suo/a amico/a hacker (non ha mai capito di che sesso sia) per capire come li abbiano scoperti, lei apre una porta e si trova in una stanza traboccante di oggetti, proprio come casa sua da quando – ormai lo sanno – suo padre è un mazzo di ricordi in un corpo nuovo. E si spaventa: pensa che anche l’investigatore sia parte della setta.

Ma non è così: lui riesce a calmarla e farle notare che tutta la roba conservata in quella stanza non sono i ricordi di una vita intera ma oggetti prodotti e acquistati tra due precisi anni (può controllare su Internet: tra Ebay e Wikipedia si può datare ogni cosa). Sono i ricordi di una precisa e limitata parte di vita. Un periodo in cui lui è stato felice e che è finito bruscamente.
Julian Anton Wong non è un neo-minimalista perché non vuole che gli oggetti lo distraggano dalle esperienze. Lo è perché cerca di sfuggire a ogni nuovo ricordo o esperienza che possano fargli dimenticare quegli anni della sua vita.

Questo è il potere che gli oggetti possono avere su di noi.

E io?
Pian piano mi libero di ciò che non serve, conservo ciò che è significativo, prendo l’essenziale anche se non è “essenziale” secondo la filosofia pragmatica e puramente basata sull’uso del minimo indispensabile.E’ un percorso.

Rispondi