Cosa penso di Radical Technologies, The Design of Everyday Life Di Adam Greenfield

Pubblicato il Pubblicato in Cultura digitale

Nel maggio del 2016 il computer di bordo di una Tesla con la funzione Autopilot attivata non è riuscito a distinguere un camion di colore chiaro dal cielo sullo sfondo. La macchina si è schiantata a tutta velocità sul lato del camion, nello schianto è morto il passeggero a bordo.
In realtà, l’errore non è stato del computer, ma del guidatore: Autopilot non è un sistema che dà alla macchina totale autonomia, non rende la Tesla una self driving car. Il guidatore avrebbe comunque dovuto prestare attenzione alla strada per sopperire ai limiti del sistema. Tesla questo lo dice chiaramente. Adesso. Prima lo diceva chiaramente in mezzo alla documentazione tecnica. La comunicazione, il marketing, Elon Musk via Twitter e di persona dicevano che con Autopilot “l’auto può fare quasi tutto”, facendo seguire a questa affermazione una sfilza di caratteristiche e capacità che potevano far dimenticare quel “quasi”.

In sostanza, l’incidente non è stato causato da un limite del sistema. Ma dal fatto che l’utente era stato indotto a pensare che quel sistema facesse altre cose.

Questo Radical Technologies di Adam Greenfield è pieno di esempi del genere. Analizza le tecnologie con il maggior potenziale dirompente dei tempi nostri e prossimi futuri e mette in luce limiti, contraddizioni, discrepanze tra quello che fanno e quello che si pensa che facciano, differenze tra dichiarazioni  pubbliche e interessi privati, scontri tra affermazioni di principio e realtà dei fatti. E ricorda che la tecnologia non è una impersonale forza della natura, ma qualcosa che è ideato, progettato e promosso da persone con obiettivi e interessi.

Ogni tecnologia viene criticata, limiti e false promesse chiaramente indicati.

Non perché Greenfield sia un luddista che predica un abbandono delle tecnologie, anzi. Da un lato è consapevole della loro utilità e dall’altro della loro inevitabilità.

Il libro quindi spiega cosa sono queste tecnologie e invita a capire – a chiedere di capire – come funzionano, dato che avranno sicuramente un grande impatto sulla vita di tutti i giorni. Ecco il “design of everyday life” del sottotitolo. La tecnologia crea nuove abitudini sociali: dobbiamo essere padroni, o almeno consapevoli, di come si sta trasformando la quotidianità e sapere a beneficio di chi avvengono queste trasformazioni. Chiede di non rassegnarsi a subirle passivamente, ma di pretendere accountability e chiarezza da chi le propone, dai neo capitalisti “disruptors” che vogliono migliorare qualcosa che non capiscono bene agli idealisti che non si rendono conto di star sviluppando strumenti che possono essere ripresi e utilizzati proprio dalle istituzioni contro cui stanno lottando. Chiede che non siano scatole chiuse accettate come sono, ma che si pretenda di capire come e perché funzionano in una certa maniera. Una resistenza critica contro tecnologie che non vanno adottate acriticamente, dato il loro alto potenziale di alterazione della quotidianità.

Ci riesce?

Sì e no. Sì nel senso che gli argomenti sono affrontati con lucidità, preparazione, approfondimento. No perché pur avendo scritto una guida, Greenfield non rinuncia al suo stile di scrittura carico, barocco, lirico. Immaginatevi l’intelligenza artificiale spiegata da Jane Austen. Bisogna volergli bene ad Adam per arrivare in fondo. Io gliene voglio, anche perché per me dice cose profondamente corrette. E poi lo stile di scrittura Google-friendly tutto pensieri semplici e keyword ha stancato!

Sono 360 pagine che potevano essere 200 e invece paiono 500, ma per me è un libro che bisogna leggere.

 

Rispondi