Cultura digitale

LOT 2046: tra il neominimalismo, William Gibson e il mancare il bersaglio

Ho visto questo Tweet

E mi si sono subito drizzate le orecchie, perché quando Matt Webb e Adam Greenfield appaiono nello stesso Tweet, si drizzano le orecchie. A maggior ragione quando parlano di economica circolare. E poi, perché non avevo mai sentito parlare di LOT 2046, nonostante anche GQ gli avesse dedicato un articolo.

LOT è

LOT is a subscription-based service which distributes a basic set of clothing, footwear, essential self-care products, accessories, and media content. The clothes are dispensable: as they wear out they can be bundled and returned, eliminating clutter.

Vedendo il sito, ho immediatamente pensato alle CPU di Cayce Pollard, la protagonista di Pattern Recognition di William Gibson:

CPUs. Cayce Pollard Units. That’s what Damien calls the clothing she wears. CPUs are either black, white, or gray, and ideally seem to have come into this world without human intervention.
What people take for relentless minimalism is a side effect of too much exposure to the reactor-cores of fashion. This has resulted in a remorseless paring-down of what she can and will wear. She is, literally, allergic to fashion. She can only tolerate things that could have been worn, to a general lack of comment, during any year between 1945 and 2000. She’s a design-free zone, a one-woman school of anti whose very austerity periodically threatens to spawn its own cult.

Una collezione di abiti neri, buoni per tutte le occasioni che vanno dall’escursione all’incontro di affari elegante casual, senza un preciso design. Ultrapratici.

Praticamente LOT è figlio di tre fenomeni.

Il primo è il neo minimalismo.

Il secondo sono i servizi in abbonamento che trasformano i prodotti in servizi e in qualche modo digitalizzano una cosa che prima era analogica (streaming al posto dei DVD).

Il terzo, collegata, è il concetto di box in abbonamento. Box che può contenere degli oggetti a sorpresa tematizzati, o – come in questo caso – degli oggetti ben precisi e curati dal creatore del servizio (a differenza ad esempio dei box con acquisti ricorrenti che si possono creare su Amazon, in cui è l’utente che decide cosa mettere nella scatola).

Ci ho pensato parecchio e ne ho parlato sui social con vari amici. Alla fine, non sono convinto che LOT sia una buona idea. Probabilmente c’è una scintilla di business plan intelligente, c’è una concreta possibilità di mettere in piedi un servizio che funzioni, che soddisfi gli amanti del minimalismo e si inserisca in un circuito di recupero, riuso e tutela dell’ambiente. Ma non come lo fa LOT.

Non mi torna il prezzo degli oggetti. Comprarli singolarmente costa meno. Attenzione, questo è un servizio, non l’acquisto di un insieme di prodotti. Guardare al solo prezzo del singolo oggetto sarebbe come confrontare la spesa per mangiare al ristorante con la spesa al supermercato. Però è chiaro che comunque il prezzo degli ingredienti deve avere un peso nel giudizio complessivo. Inoltre, il processo funziona così: a seconda del tipo di abbonamento, ogni mese si riceve una scatola. Si usano i capi di abbigliamento, poi vanno rispediti a LOT che ne dispone (non dice come, probabilmente li buttano). Quindi ecco il punto: se anche il prezzo fosse corretto, sarebbe il prezzo giusto di un processo inefficiente! Tu ti senti minimal e frugale a possedere solo 3 magliette e 2 pantaloni per volta, ma dietro le quinte ci sono spedizioni e controspedizioni, con tutto quello che ne consegue in termini di consumo di risorse.

Secondo me poi il problema principale sta nel fatto che LOT vuole inserirsi nell’intersezione di varie tendenze, che più o meno sono collegate tra loro. Ma di queste tendenze coglie l’aspetto superficiale, non lo spirito. Fa da apripista su questo settore, ma non è lui ad aver imbroccato il servizio vincente. Non a queste condizioni, almeno.

Vediamo nel dettaglio.

La prima tendenza è il neo minimalismo, una pulsione a vivere solo con l’essenziale, senza sovraccaricarsi fisicamente e mentalmente di oggetti. Non sto a fare qui tutta la dissertazione sul neo minimalismo, ma ci sono due elementi che ci interessano ora. Il primo è che il neo minimalista possiede poco, ma per quel poco spende tanto per avere oggetti di alta qualità. Perché gli devono durare. E tra i fattori di giudizio c’è proprio la resistenza al lavaggio. Il secondo elemento è la volontà di consumare meno risorse, ridurre la propria impronta ambientale. Quindi il neo minimalista non possiede 3 magliette perché a ogni inizio mese butta le tre vecchie (o peggio: le spedisce a qualcuno che le butti per conto suo) e ne compra 3 nuove a 2 euro ciascuna. Ma si compra 3 magliette da 50 euro l’una che gli durano 3 anni. Il neo minimalista non è necessariamente un ambientalista di sinistra, ma di sicuro non gli si può proporre un servizio che consuma un sacco di risorse per un circuito di ricevi-usa-butta-ricompra.

Seconda tendenza è quella della vita on the road, in viaggio per piacere, lavoro o entrambi. La quantità di siti, forum, gruppi di discussione, newsletter, riunioni carbonare dedicate allo scambio di informazioni su come viaggiare leggeri, ma senza compromessi è spaventosa. Chi viaggia tanto vuole portarsi appresso meno roba possibile, ma non trovarsi in difficoltà a mezzo pianeta di distanza da casa. E neppure comprarsi tutto il necessario all’arrivo e buttare alla partenza. In teoria, un servizio che a ogni aeroporto mi fa trovare un cambio nuovo e si prende la roba sporca sarebbe una ficata (e c’è già chi lo fa per i genitori che viaggiano con bambini piccoli, ricevendo le benedizioni di tutti quelli che non devono caricare sull’aereo pannolini, biberon, pappette e passeggini). Ma pure qui LOT non ci arriva, perché spedisce a un solo indirizzo. Per una visione superficiale della vita del viaggiatore seriale ti rimando a questo articolo.

Altra tendenza è quella della dematerializzazione e dello spossessamento. Partita con le tecnologie digitali che svincolano il godimento di un prodotto culturale (film, libro, disco) dall’acquisto e possesso del supporto fisico (DVD, blocco di carta stampata, CD). Insomma, lo streaming, il passaggio da prodotto a servizio on demand. Netflix, Amazon Kindle, Spotify. Quindi posso avere una biblioteca di 5000 libri senza possedere 5000 libri e metri cubi di librerie, vedere un film senza dover poi assegnare per sempre un posto su una mensola al DVD eccetera. Posso godere di oggetti senza averne la casa invasa. Da qui si sta passando alla smaterializzazione di altri oggetti della vita comune. Non devo possedere un’auto: chiamo Uber. Non devo possedere pentole e attrezzature da cucina, chiamo il takeaway di turno. Non devo possedere e vestiti, chiamo LOT e poi li butto. (E qui potrebbe partire tutto un altro discorso che inizia con: ‘la tecnologia che svincola godimento di un bene culturale dall’acquisto e possesso del supporto esiste da un sacco di tempo e si chiama “biblioteca”’). Questo è l’unico aspetto che LOT centra, ma solo in parte dato che non ha scelta di modelli. Quindi devo comunque avere un armadio e dei vestiti invernali, dei vestiti eleganti, una lavatrice.

Poi ci sono i lifehack, i trucchi per semplificarsi la vita, ridurre le perdite di tempo ed essere superproduttivi. Come ad esempio, liberarsi del sovraccarico mentale di andare a comprare vestiti, decidere quali comprare, decidere ogni mattina quali mettere. Arriva l’uniforme pronta, da infilare senza perdere tempo a decidere cosa indossare per poter usare tutte le energie mentali per cose più importanti. Come Obama, come Zuckerberg. Pure qui in teoria LOT funziona, ma mi pare che sia più efficiente da un punto di vista economico comprarsi i vestiti. E il lifehacker che non bada anche al soldo è un lifehacker fallito, non solo metaforicamente.

Infine c’è la moda dei subscription box tipo Loot Crate, la scatola che arriva ogni mese o con dei prodotti di consumo già noti (rasoi, prodotti di bellezza, cibo per animali) o a sorpresa (sorpresa a tema, a volte con gli oggetti scelti da influencer di una data categoria). Secondo me c’è un effetto novità che dura poco. Un po’ come la cassetta del contadino, solo che quando ti arriva piena di verza perché è stagione di verza e a te non piace la verza realizzi che forse era meglio fare un salto dal fruttivendolo sotto casa. E lì tocca fare una riflessione approfondita su churn rate e modello di business. E la qualità e valore del prodotto rispetto al prezzo diventano fondamentali.

Aggiungo che, almeno per me, tutto questo stile e lifestyle tacticool ha abbondantemente stancato.

Alla fine mi sembra l’ennesimo servizio per adulti che vogliono continuare a vivere come ragazzini, con mamma che li porta in giro (Uber), gli prepara da mangiare (Deliveroo), gli rassetta la stanza (in Italia non credo siano arrivati), gli lava i calzini (questo).

Tu che ne dici?

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