Settimana 279: imparare il copywriting dagli sceneggiatori

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Tiragraffi.

Vi racconto una storia.

E’ la storia di persone che fanno un lavoro simile: gli sceneggiatori e i copywriter. Scrivono dando fondo alla creatività, all’interno di regole e best practices ben definite, per informare, intrattenere, emozionare, farsi ricordare, spingere a compiere un’azione.

I primi hanno vincoli di tempo, spazio e di budget. I secondi sono stati martellati da esigenze di sintesi e chiarezza. Il che non è sbagliato, a meno che non si riduca tutto a liste puntate, liste numerate, piramidi girate di sopra e di sotto e altri sistemi di organizzazione dell’informazione che, portati all’estremo, asciugano talmente tanto il testo che sì, è chiaro e sintetico. E anche appetitoso come una lisca di pesce.

Io penso che il confine tra le due figure si stia assottigliando e che le loro storie si incroceranno spesso. Forse perché qualcuno si è ricordato che il miglior modo per far ricordare qualcosa è attraverso la narrazione. Che si tratti di una pubblicità, un discorso, un comunicato stampa, una brochure, un white paper o un rapporto aziendale, avere una storia che fa da collante aiuta a illustrare i fatti, suscitare emozioni, far presa nella memoria del destinatario.

Poi è arrivato Obama, che di best practices nella comunicazione se ne intende. Nel discorso pronunciato a Chicago, nel giorno della vittoria delle elezioni, ha raccontato la storia di Ann Nixon Cooper, una donna di 106 anni. Raccontando quella storia, Obama ha fatto una carrellata lungo la storia americana, dal passato recente al futuro che lui si augura di realizzare.

Altra gente che si intende di comunicazione è quella di Google. Per spiegare i vantaggi del loro browser Chrome rispetto alla concorrenza hanno realizzato non uno, ma ben due fumetti.

La gente presta attenzione e vi assicuro che l’organizational storytelling ha iniziato a ricevere più attenzioni.

Lo scrittore Massimo Mongai una volta ha affermato che nel campo della ricerca sulla narrazione, gli sceneggiatori sono quelli che negli ultimi anni hanno compiuto il maggior lavoro di analisi e sintesi. Per forza: una sceneggiatura cinematografica o televisiva o per un fumetto ha parecchi vincoli. Soddisfarli tutti e produrre un lavoro che sia divertente, avvincente, emozionante, coinvolgente non è banale.

Cosa ci insegnano quindi gli sceneggiatori? In realtà le stesse cose che insegna chiunque viva di scrittura. Infatti, se appartenete a questa categoria, non troverete niente di nuovo qui. Forse solo un modo diverso di dire qualcosa che già sapete. Se invece siete tra i bocciati al concorso per l’ufficio appalti di Orbetello, potreste voler prendere appunti.

Le parole magiche sono scopo, sintesi, chiarezza e precisione – e se state pensando a Calvino non vi sbagliate.

Una sceneggiatura è composta da scene, il cui scopo è mandare avanti la storia o dire qualcosa sui personaggi. Le scene scritte bene raggiungono entrambi gli scopi. Le scene che non servono a nessuno di questi scopi possono anche essere splendide: vanno eliminate. Come diceva Alfred Hitchcock, il dramma è la vita con le parti noiose tagliate. Il tempo è tiranno e allo spettatore bisogna dare tutta la storia necessaria, senza un solo minuto di troppo.

E una volta che la storia è ridotta alle scene essenziali, queste vanno ridotte ai momenti essenziali. Il mantra è “entrare nella scena tardi, uscirne presto”. Concentrarsi solo sui momenti e battute che servono allo scopo della scena. Il resto è tempo sprecato.

Il parallelo è evidente. Se a “scene” sostituiamo paragrafi, headline, body copy e gli altri elementi propri del business writing, il risultato non cambia: l’unica informazione importante è quella essenziale per raggiungere lo scopo, il resto è fuffa da tagliare. Ma questo distillato può, e dovrebbe, essere organizzato in una storia in grado di colpire il lettore. E più che colpire: soddisfarlo. Come un bel film.

Voi che ne pensate? Il corporate storytelling è solo una moda del momento? La strada del futuro? Conoscete una buona storia?

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Settimana 278: consigli a un giovane copy in forma di dialogo

Questo articolo è apparso in origine su Tiragraffi.

La scena: un piccolo ufficio, la sera di un venerdì invernale.
Dramatis personae: un Vecchio Copy e il suo Giovane Stagista.
La storia: di come quello che vuole il cliente non sempre è quello che al cliente serve veramente e perché tocca, o toccherebbe, al copy farglielo presente. Ovvero, dello scrivere quello che interessa ai clienti finali, non a chi commissiona il lavoro.

Giovane Stagista: Capo, capo! Ho finito!

Vecchio Copy: Non chiamarmi capo. Dai, leggi.

GS: “Forti della nostra ventennale esperienza nel settore, in cui entrammo apportando quelle che all’epoca erano rivoluzionarie innovazioni, siamo lieti di presentarvi Sarkiapon 2.0! La nostra risposta…”

VC: Ok, ok. Basta. Fermo. Basta. Sticazzi.

GS: Sticazzi nel senso milanese di “oh, wow”?

VC: No, in quello romano di e allora? E chi se ne frega? E sti cazzi?

GS: Non funziona, eh?

VC: No. Leggere ad alta voce non serve solo a capire se c’è il ritmo giusto, se il testo suona bene, se la punteggiatura fa il suo dovere, ma anche per sentire l’effetto complessivo del testo. Quando arrivi in fondo ti deve uscire dalla pancia un convinto me cojoni! Che cosa figa che ho appena letto!

GS: Questo brano, invece?

VC: Sticazzi. Non m’ha detto niente di interessante.

GS: Ma parlo di un prodotto che potrebbe cambiare il modo di lavorare di…

VC: No. Tu tiri un pippone autoreferenziale su sono vent’anni che famo sto lavoro, anvedi quanto semo fighi. E alla fine ci infili un accenno a una cosa che mica ho capito a che serve.

GS: Perché non mi hai lasciato finire di leggere.

VC: Perché m’hai annoiato prima.

GS: Beh, volevo aprire rassicurando il cliente: venti anni di esperienza…

VC: Esticazzi? Al cliente non interessa che so vent’anni che campi, gli interessa che fai bene il mestiere tuo. Poi, se è per esperienza, furbizia o magia chissenefrega. Glielo spieghi dopo. Forse. Prima gli devi dire che gliene viene in tasca a lui a darti soldi.

GS: Veramente al nostro cliente interessa molto comunicare i venti anni ai suoi clienti. Mi ha raccontato tutta la storia dell’azienda, due volte, e le sue esperienze coi clienti.

VC: Ecco, questo è un errore comune. Noi non scriviamo per il nostro cliente, ma per i clienti del nostro cliente. Per far sì che s’accattino quello che lui gli vuole vendere. Il testo deve andare bene a loro.

GS: Il cliente dice che il discorso dell’esperienza rassicura il cliente.

VC: Sì, il problema è che non è vero. Io ci credo che il nostro cliente è orgoglioso di essere sul mercato da tanti anni, sa come vanno le cose, sa cosa vogliono i suoi clienti. Il punto è che non è sempre vero. Ti ripeto: i clienti vogliono qualcosa che valga il loro denaro e soddisfi le loro esigenze, il resto non gli interessa. Anzi, la storia dei venti anni può essere controproducente.

GS: E come?

VC: Tu mi dici che sei sul mercato da venti anni. Io penso: sono venti anni che ripeti la stessa cosa. Mi dici che lavori secondo i sani, vecchi metodi di venti anni fa. Io penso: stai ignorando venti anni di innovazione. Mi dici che sei stato il primo a fare quello che oggi fanno tutti. Io penso: hai avuto la tua prima e unica idea intelligente venti anni fa e invece di diventare un leader, imporre degli standard, ora sei solo uno dei tanti.

GS: Non ci avevo pensato da questo punto di vista.

VC: Eh già. A te che, complimenti, sei in pista da venti anni fa piacere sbrodolarti. C’hai pure il diritto. Ma a me cliente, se te giri da venti anni, ma Pippo lì che è appena arrivato mi dà un prodotto o un servizio migliore, io vado da Pippo.

GS: E chi glielo spiega al cliente?

VC: Noi. E nello specifico: tu. A riscrivere le parole del cliente in modo che gli piacciano sono buoni più o meno tutti. Noi dobbiamo fare la differenza. Non dobbiamo dargli solo qualcosa che gli piaccia, ma qualcosa che gli procuri un ritorno: più clienti, più vendite, più quello che è. E se quello che piace a lui non funziona, dobbiamo spiegargli perché e proporgli una soluzione.

GS: Ma se il cliente insiste?

VC: Tu insisti di più, e gli fai cambiare idea presentando fatti e motivazioni concrete.

GS: E la storia che il cliente ha sempre ragione?

VC: La frase esatta è: “il cliente ha sempre ragione, tranne quando ha palesemente torto.” Cosa che accade abbastanza spesso, visto che quello della comunicazione non è il mestiere suo, ma il nostro. Quando va bene gli facciamo cambiare idea e realizziamo lavori di cui andare fieri. Quando va male, va molto male. Come dimostrano gli orridi risultati del fai da te e delle agenzie condiscendenti.

GS: Però i clienti mostrano sempre una preferenza per le cose genuine, di una volta.

VC: In alcuni casi sì, ma rifletti su questo. Ci sono due pasticcerie alla stessa altezza della stessa strada, una davanti all’altra. La prima è aperta da sessanta anni, la seconda da pochi mesi. Da chi vai?

GS: Beh, da quella con la qualità migliore, i prezzi migliori in rapporto alla qualità, il servizio migliore.

VC: Ecco. Hai preso in considerazione tutto, tranne da quanto tempo sono aperte. Perché a te alla fine interessa il servizio che ottieni adesso, non quello che poteva avere tua nonna. Poi, magari, la pasticceria migliore è proprio quella aperta da sessant’anni e proprio grazie ai quarant’anni di esperienza. Ma non è detto. Il mero dato anagrafico non implica qualità.

GS: E la qualità è la cosa più importante da comunicare!

VC: No, per niente. Basta co’ sto mito della qualità. La qualità non è un plus, è un dato di fatto. Ce l’hanno tutti. O dicono di averla. Hai mai sentito qualcuno dire “il nostro prodotto è così così, ma hey, dai, costa poco, che volete?”

GS: E quindi? Che cosa rimane su cui scrivere?

VC: Rimane quello che il cliente, il cliente finale, vuole sapere. Cioè tutto. Perché sei diverso dagli altri? Perché sei meglio? Che hai di speciale, di conveniente? Quali sono i vantaggi che offri e che offri adesso, non venti anni fa? Quali sono le cose che interessano a me come consumatore, non a te imprenditore che sono venti anni che ripeti le stesse cose? Ecco di cosa dobbiamo scrivere. Anzi, devi, visto che tocca a te. Fai un elenco. Cosa stai presentando? Il Sarkiapon 2.0? E che è? Perché mi dovrebbe interessare? Perché dovrei usarlo al posto del prodotto che utilizzo ora? Che ci guadagno? Ecco cosa interessa, il resto è fuffa. Viene dopo, se avanza spazio, se è veramente importante. Se non è importante, c’è spazio anche per quello: nel cestino.

GS: Quindi devo scrivere quello che interessa al cliente del cliente, non al nostro cliente. Giusto?

VC: Giusto. E ora vai a scrivere, ti pago per quello.

GS: Veramente non mi paghi, capo.

VC: Lo faccio per temprarti. E ora vai, dai, scrivi, scrivi, scrivi.

 

PS: lo stagista non ce l’ho. Sono graditi volontari, ma poi occhio che queste scene qui accadono per davvero.

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Settimana 277: Tre consigli per un Freelance alla ricerca di nuovi clienti

Mi ha chiamato un’amica, chiedendomi di dare consigli a una sua amica su come allargare il proprio giro di clienti e trovare nuovi lavori.
L’amica dell’amica è una grafica freelance. Dopo aver lavorato in agenzia si è messa in proprio, contando sul flusso di lavoro (e denaro) costante di un grosso cliente. Il cliente ha deciso di dare tutto il lavoro a un’agenzia e lei ora si trova in difficoltà.

Ecco cosa le ho detto.

Ispirandomi a quanto ho scritto la settimana scorsa, le ho suggerito di trovare il modo di industrializzare in qualche modo alcuni dei suoi servizi. Offrire quindi qualche tipo di servizio bene identificato a un costo fisso, basso, secondo termini chiari. Il trucco qui è puntare sulla quantità e sulla velocità, non sulla qualità. Nel senso che il lavoro deve essere sempre di qualità massima, ma deve essere un lavoro semplice per cui è facile avere alta qualità in tempi brevi.

Ecco un esempio concreto di quello che intendo, dopo quello dei siti a partire da 150 euro della settimana scorsa:

http://www.psdtohtmlcss.com/

Cosa fanno le persone che operano questo sito? Si fanno mandare il design di una o più pagine web in psd e le trasformano in css e temi per le maggiori piattaforme di CMS.
Guardate la home page: il titolo è la descrizione del servizio col prezzo. Chiaro, semplice e diretto.
Entrate in Order. Secondo me quello che vedete è bellissimo.
Tre passi. Definite i dettagli: quante pagine? Che output? Nel riquadro a destra vedete immediatamente quanto vi costa e il giorno di consegna stimato. In basso il costo. Poi inviate il PSD, poi pagate.
Fatto. Semplice, chiaro, diretto.

Certo, non è come avere un rapporto diretto con un designer. Ma questo è il contraltare di prezzi bassi ed esecuzione rapida.

Riuscire a industrializzare un processo in questo modo e offrirlo con questa chiarezza di termini aiuta a estendere il parco clienti. Poi magari qualche cliente avrà bisogno di altri interventi, chissà.

Per me questa è una buona strada da seguire. Consiglio di seguirla creando un brand apposito. Non tanto per non far sapere in giro che fate “lavoretti economici”, ma per poter dare forza a quello che fate con questo tipo di approccio. Anche marche di abbigliamento, design, arredamento importanti hanno brand economici. Pret-a-porter vi dice niente?

Il secondo consiglio è quello di collaborare strettamente con altri freelance. Capita a tutti il lavoro che richiede varie professionalità, o quello da consegnare velocemente per cui vi serve un’altra persona con le vostre abilità. Ecco, questo tipo di eventi da occasionali dovrebbero diventare la norma.

Per un cliente il vantaggio di assumere un freelance è che paga solo le competenze che gli servono: un freelance costa meno di un’agenzia. Lo svantaggio è che in caso di progetti complessi il cliente deve trovare vari freelance seri e coordinare il loro lavoro.
Il vantaggio di ricorrere a un’agenzia è che è possibile avere un interlocutore unico che gestisce tutti gli aspetti del progetto per conto proprio.

Allora una mossa intelligente per un freelance è accordarsi con altri colleghi per offrire una gamma di servizi in modo flessibile, mettendo sul piatto i servizi coordinati e completi di un’agenzia, ma a costi minori.
Proporsi come struttura anziché come singolo professionista rassicura il cliente e permette di ottenere lavori per i quali magari il cliente non avrebbe preso in considerazione dei freelance.
Poter affrontare progetti complessi che richiedono varie professionalità aiuta anche a battere la concorrenza di mio-nipote-che-smanetta-con-photoshop.

Il terzo consiglio è vecchio, trito e ritrito, ma vale sempre la pena darlo: fare networking. Possibilmente più offline che online.
Non aspettatevi di essere sommersi di lavoro alla vostra prima uscita sociale. E’ praticamente certo che la maggior parte della gente sia lì con il vostro stesso obiettivo: ottenere lavoro, non darlo. Ma farvi conoscere in giro, sapere che aria tira, chi è affidabile e chi vende aria fritta aiuta molto in questo mestiere. Magari non troverete lavoro, ma scoprirete a chi è meglio dire di no quando viene a offrirvene uno.

Questi sono consigli generali, poi vedete cosa funziona per voi.
Per esempio per me non ha senso cercare industrializzare il lavoro di copy o quello di strategia, non si può fare.
Quanto al networking, io sono una di quelle persone che una volta si definivano timide, ora “asperger tipo Sheldon di Big Bang Theory” (ma io sono più tipo Leonard), quindi per me infilarmi nella folla e socializzare è sempre molto faticoso. L’ho fatto poche volte e, per fortuna, sempre trovando belle persone e stringendo amicizie importanti. Ma non mi chiedete di presenziare a ogni aperitivo/presentazione/incontro coi blogger/evento.

Buona fortuna.

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Settimana 276: vuoi un sito? Te lo regalo!

Ci sono questi cartelli dalle parti di casa mia, zona Cornelia – Boccea. So che ce ne sono altri in giro per Roma.


So che state già facendo facile ironia o commenti furenti: dilettanti del web, con questi prezzi ammazzano il mercato eccetera.

Ne ho parlato su Twitter, ottenendo la risposta che immaginavo. Che è la stessa cosa che ho pensato io quando ho visto il cartello per la prima volta. Poi ho iniziato a pensare e vedere le cose da un altro punto di vista.

Come potete vedere, dalla parte inferiore del cartello mancano tutte le linguette coi dati di contatto. Ce n’erano tante. Pensate a quanto può essere costato stampare e attaccare quel cartello. Costi di acquisizione clienti inesistenti, promozione in un mercato iperlocale. Un mercato che è attratto dalla proposta: chiara, diretta, semplice. Un sito a partire da 150 euro.

La zona in cui ho scattato la foto è piena di negozi: abbigliamento, profumerie, pizzerie a taglio, bar, ristoranti. La maggior parte di questi esercizi commerciali può avere bisogno di un sito, ma non ha necessità di qualcosa di complesso, con strumenti per lo shopping online o la gestione di prenotazioni.

Certo, 150 euro sono pochi. Ma che senso ha chiederne tanti a chi non ne ha? A chi non è interessato a qualcosa di più di una vetrina con dati di contatto?
Immagino che chi fa quella proposta si sia fatto i suoi calcoli. Lavori a partire da template standardizzati, abbia industrializzato il processo.

E poi: il web dovrebbe essere democratico. E secondo me ognuno di noi dovrebbe avere il proprio angolo di Internet, che dipenda solo da noi, non da servizi esterni che sembrano gratuiti solo perché gli utenti in realtà non sono clienti, ma sono i prodotti venduti dai siti agli inserzionisti (Facebook, sto guardando te). E’ chiaro che per competere con un servizio che viene percepito come gratuito, il sito personale deve costare pochissimo.

Ma soprattutto, e qui parliamo di affari, cos’è un sito? Dove sta il valore aggiunto da far pagare a un cliente?

Ecco la mia opinione.

Un sito è un contenitore formato da una piattaforma tecnologica che veicola informazioni sotto forma di testi, immagini, video, audio.

Per casi semplici la piattaforma tecnologica è banale. Pensate ai template HTML per siti statici. Ma pensate anche a un CMS come WordPress, un elaborato prodotto software che, di base, just works e si installa con quattro passaggi.

Sapete cosa c’è? Questa piattaforma tecnologica ve la posso pure regalare. Intendo l’installazione della piattaforma sul server. Voi pagate i costi vivi: acquisto del dominio e dello spazio, io vi metto su il sito. Col vostro logo, se avete un logo.

Ma è una scatola vuota. Ci vuole ben altro. Ci vuole un nome accattivante, testi efficaci, una valida architettura delle informazioni. Magari volete una grafica personalizzata, volete modifiche al tema base. E poi serve una strategia per promuovere il sito e una strategia per promuovere la vostra attività attraverso il sito. Integrazione coi social network, attività di SEO.

Quando ho deciso di diventare un freelance ho deciso quali servizi avrei offerto e quali no. Ho deciso che non avrei “fatto” siti. Perché non ne ero capace a livello professionale e non avevo interesse a studiare tutto quello che c’era da studiare per “fare” un sito.
Però io di siti ne ho “fatti” tanti. Questo che state leggendo, tanto per cominciare. Altri per clienti, in cui mi sono occupato di tutto tranne che della parte tecnica e della grafica.

Un sito è una bestia complessa, ma non sempre.

Non è sbagliato in assoluto venderne uno a partire da 150 euro, basta che per chi vende e per chi compra sia chiaro il valore del prodotto venduto a quel prezzo.
Non è sbagliato per le parti in causa e non lo è per gli altri che operano nel mercato.
A partire da questa base, ed è quello che fa chi ha attaccato quei cartelli, si possono proporre altre funzioni, altri servizi, adeguando il prodotto o servizio offerto a quelli che sono i bisogni attuali e in divenire del cliente.

Quindi non c’è problema a offrire un sito a 150, o zero, euro. Un cliente smart si accorgerà presto di aver bisogno di altro. Oppure, che ciò che ha comprato è esattamente ciò che gli serve.

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Settimana 275: tutti odiamo il transmedia storytelling fatto male!

Ho letto questo articolo: “Why Everybody Hates The Ending Of THE DEVIL INSIDE“, che fa riferimento a un altro articolo con lo stesso titolo. Vi consiglio di leggere articoli e commenti.

Negli articoli viene criticato il film The Devil Inside, un horror stile found-footage. Ovvero quel tipo di film la cui premessa è “abbiamo trovato questa cinepresa nel luogo in cui è scomparsa della gente, vediamo che è successo”. E’ uno dei tanti nipoti di The Blair Witch Project, un horror che cerca di spacciarsi per una storia realmente accaduta.

Il lungo copia e incolla che segue, soprattutto la parte finale col riferimento all’ultimo film di Star Trek, ci fa da premessa a due conclusioni fondamentali. Ho già parlato della prima, la seconda la elaboro qui.

Vediamo prima le critiche.

The ending alone is stupid enough, but what compounds that is that immediately after an out-of-the-blue finish, a title card comes up telling people they can “follow the continuing investigation at TheRossiFiles.com.”
[...]
As it stands, though, the text reads like Paramount is directing you to a website to see the end of the film. That isn’t the case – the website is really just some immensely boring viral marketing crap that you usually see BEFORE a movie, not after. The movie’s ending is the ending, and there isn’t some secret reel of footage to be discovered. But by the time anyone discovers that it’s far too late – they already hate the film.

Da qui si passa a una critica del transmedia storytelling:

This, by the way, is the inherent danger of transmedia, something which tends to really only appeal to obsessives and marketing people. Transmedia is a story that continues over multiple platforms, such as video games, websites or cartoons. The problem with transmedia is that most audience members don’t want to be bothered seeking out the rest of the story; they want to consume the story in one sitting in one format. There will be some diehards who seek out The Animatrix or The Blair Witch websites, but most people want to go see a movie and get everything there. There’s a contract between audience and studio that we will accept a certain level of open-endedness to facilitate sequels, but nobody wants to pay ten bucks or more just to be told the rest of the story must be purchased elsewhere. The audience sees that as cheating.

A cui Bitter Script Reader aggiunge la sua opinione:

An audience shouldn’t have to seek out “extended universe” tie-ins in order to get closure on particular elements. I don’t see anything wrong with having such things that enhance the film (the last Star Trek film had a tie-in comic book miniseries that led into the film, but I’ve spoken to dozens of viewers who enjoyed and understood the film while remaining completely ignorant of the existence of said tie-in) but the audience should never feel like the tail is wagging the dog in those cases.

Le critiche sono corrette. MA il problema non è il transmedia storytelling in sé, è il transmedia storytelling fatto male. E in The Devil Inside ci sono due errori gravi.

Le due conclusioni quindi.

La prima: transmedia storytelling significa usare diversi canali per raccontare diverse storie collegate tra loro. L’insieme delle storie ci dà una visione complessiva del mondo, del setting.

Diverse storie, ciascuna che inizia, si sviluppa e termina su un canale. Non diverse parti della stessa storia, distribuite su diversi canali. Questo è l’errore che fa odiare questa tecnica narrativa a Bitter Script Reader e a Badass Digest. Bitter Script Reader se ne rende conto in una maniera che forse sfugge a lui stesso quando parla del fumetto che fa da premessa alle vicende dell’ultimo film di Star Trek.

L’oggetto di una narrazione transmediale che non fa venire voglia all’audience di venirvi a cercare sotto casa con torce e forconi è un mondo. Se l’oggetto della narrazione è un’unica storia e per fruirla completamente devo saltellare tra diversi canali, allora torce e forconi.

Pensate in maniera globale. Pensate a una serie TV, una serie di romanzi e una serie di fumetti in lingua italiana. Se volete che la vostra storia venga fruita da un pubblico di lingua inglese sarà necessario tradurre e doppiare tutto. Ma che garanzie ci sono che tre entità diverse, un canale TV, un editore di libri e un editore di fumetti, acquistino le varie parti della vostra opera? Le traducano contemporaneamente?
Magari la vostra storia inizia in TV, prosegue nei romanzi e si conclude nei fumetti. Ma tradurre un fumetto è più rapido che tradurre un romanzo e rischiate che la conclusione arrivi sul mercato prima della parte centrale della storia.
Non è un’impresa impossibile. Ma richiede uno sforzo organizzativo complesso. Molto più complesso dell’avere tre storie separate, fruibili ciascuna per conto proprio, ma collegate. E soprattutto, non costringe chi vuole seguire la vostra storia comprando tre (o più) prodotti diversi.

Il problema potrebbe non essere di localizzazione, ma tecnologico: avete una parte di storia che si sviluppa su Foursquare ma non avete pensato a quanta gente effettivamente ha a disposizione uno smartphone con piano dati illimitato (è un discorso familiare, vero?).

La seconda conclusione. Questa fa male alla gente di marketing, ma è sacrosanta verità. La fruizione di una narrazione transmediale deve essere opzionale. Non ci sono garanzie che qualcuno segua la narrazione su tutti i canali su cui si sviluppa. Magari per mancanza di interesse per un dato media, magari per barriere tecnologiche, linguistiche, di tempo libero a disposizione, di denaro. Quale che sia il caso, è certo che solo una piccola parte di pubblico seguirà la narrazione su tutti i canali. Quindi ciascuna storia sviluppata su ciascun canale deve essere autosufficiente.

Cosa possiamo fare per aumentare le possibilità che ciascuna storia e ciascun canale ricevano attenzioni? Scrivere storie coinvolgenti, creare personaggi interessanti. Allora il pubblico avrà voglia di esplorare il mondo, di sapere cosa è successo prima, dopo, durante, di seguire la storia che ha per protagonista un personaggio che ha un ruolo secondario in un’altra storia.

Detta con meno parole, bisogna offrire storie di qualità.

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Settimane 273/274: l’immaginazione tra le pieghe della storia

Racconta una storia.

E’ uno dei migliori consigli che si possano dare a un copywriter e, spesso, uno degli elementi contenuti nei brief.

Raccontare una storia funziona: coinvolge il lettore, trasmette meglio i contenuti rispetto a qualsiasi altra forma di comunicazione.
La prova? Ricordate la trama, qualche frase del vostro libro o film o fumetto che vi ha colpito?
Ricordate il giorno e l’anno in cui Carlo Magno è stato incoronato imperatore?

E’ molto probabile che la risposta alla prima domanda sia sì, anche se è trascorso molto tempo dall’ultima lettura o dall’ultima visione. E’ altrettanto probabile che la risposta alla seconda domanda sia no, nonostante abbiate dovuto studiare questa data alle elementari, medie, liceo e forse vi hanno anche interrogato.

Perché ricordate le storie, ma non ricordate la Storia? Perché il cervello umano è bravo a fare connessioni e collegamenti. Anzi, cerca di farne ogni volta che può, ogni volta che ha una briciola di informazione che può collegare a un’altra e metterle in relazione. Le storie sono il modo in cui al cervello piace ricevere informazioni, perché soddisfano la sua esigenza di collegamenti tra eventi. La Storia viene insegnata attraverso masse di dati faticosi da assimilare e ricordare.

Immaginate degli aggiornamenti di stato su Facebook di una persona che è vostra amica solo perché Facebook non permette di descrivere esattamente la superficialità del vostro rapporto. Una persona, dunque, di cui sapete solo quello che leggete su Facebook: aggiornamenti non collegati tra loro, che offrono alcuni squarci sulla sua vita.
Che lo vogliate o no, il vostro cervello si mette a fare collegamenti e a cercare di costruire una narrativa che leghi questi squarci in una storia coerente. La cosa buffa è che il cervello fa questo lavoro anche se non c’è una vera storia dietro, basta che ci siano gli elementi per immaginarne una.

Ecco, questo è un ottimo modo per raccontare una storia. Dando al lettore quelle briciole di informazione fondamentali che lo spingeranno a raccontarsi da solo la storia completa.

Questo meccanismo, la creazione di raccordi tra scene fatta dal nostro cervello, è quello che rende possibile la narrazione e quindi le storie.
In una vignetta di un fumetto, una scena di un film, un paragrafo di un racconto vediamo un personaggio che prepara una valigia. Nella vignetta, scena, paragrafo seguente lo vediamo scendere da un aereo.
Tutto quello che succede tra il primo e il secondo momento lo possiamo immaginare: il personaggio ha chiuso la valigia, è arrivato in aeroporto, si è imbarcato, ha volato, l’aereo è atterrato. Esperienza personale e immaginazione ci permettono di ricostruire questi eventi.
La narrativa in genere è sequenziale. Ma in realtà nessuna narrativa è sequenziale: ci sono sempre salti logici: prima l’uomo è in casa sua, poi sulla scaletta di un aereo. Mancano un sacco di passaggi! Ma il nostro cervello riempie i buchi lasciati nella storia permettendo allo scrittore di concentrarsi solo sui fatti importanti, la sintesi!, e a noi di percepire la narrazione come consequenziale, di partecipare alla costruzione del racconto e ad assimilare meglio gli elementi della storia.

Ma che storia raccontare?
Quando, come copywriter, veniamo invitati a raccontare una storia, raramente dobbiamo lanciarci in una narrazione di fatti consequenziali. La storia di un’azienda: fondata nel 19xx, i primi successi, la crisi, il nuovo management, il restyling del marchio, l’intuizione sul nuovo prodotto, il successo attuale… Onestamente, chi se ne frega.
Questo tipo di storia lasciatelo a Wikipedia. Ecco, leggetevi la storia della FIAT. Emozionati? Coinvolti? Vi ricordate tutto? Siete arrivati in fondo? Certo, un linguaggio più emozionale e meno enciclopedico potrebbe cambiare qualcosa, ma quanto? E’ veramente questa la storia che vogliamo raccontare?
Ora guardate questa foto presa da quella pagina. Questa è evocativa, qui sì che c’è una storia: ascoltate il vostro cervello, ve la sta già raccontando.

Riconoscete il meccanismo della pubblicità che funziona: suscitare emozioni e fantasie a partire dal prodotto. E’ il cervello che usa gli elementi che gli vengono forniti per creare una narrazione. Lo sforzo lo fa chi guarda e il risultato di questo sforzo gli rimarrà più impresso di decine di paragrafi di esposizione.

Ecco la risposta alla domanda “che storia raccontare?”. Non la trita cronologia degli eventi di un’azienda, quella che leggiamo su tante pagine “Chi Siamo” di tanti siti privi di fantasia. Ma la storia fatta di piccoli momenti che spingono il cervello a ricostruire una narrazione che non racconta i successi anno per anno dell’azienda, ma permette di immaginare valori, stile, emozioni: le cose che contano.

Decidere cosa mostrare e cosa lasciare fuori è molto importante. Non è solo un discorso di sintesi, ovvero mostrare solo l’essenziale, ma anche di cosa permettere al lettore di immaginare. Il caso di scuola di storia che avviene tra una sequenza mostrata e l’altra e disorienta il lettore è il romanzo giallo L’Assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie. Se non lo avete letto, l’articolo di Wikipedia vi rivelerà il finale. Mi spiace, ma vale la pena sapere.
Un caso più moderno, che gioca su quanto viene mostrato, quanto avviene tra una scena e l’altra e sulle assunzioni che fanno gli spettatori quando si trovano davanti a certi eventi è quello di Lonelygirl15.
Un esempio del genere, che sfrutta le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi per raccontare una storia su più canali, ci porta diretti agli Alternate Reality Game, in cui gli spettatori non sono passivi, ma parte attiva nella creazione della storia.
E siamo tornati a parlare di transmedia storytelling.

Ecco come dovete raccontare una storia nel 2012.

Buon anno!

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Settimana 272: Th-th-th-that’s all folks (but I’ll be back)

Citazioni cinematografiche in chiusura d’anno, accompagnate dall’inevitabile tirare le somme.

E’ andata bene?
E’ andata bene.
Si poteva fare meglio?
Si può e si deve sempre fare meglio.

Pensieri sparsi per ricapitolare il 2011.

I progetti avviati danno frutti e fanno ben sperare per il futuro. Non è tutto rose e fiori, ma d’altra parte non lo è mai. Ma l’ottimismo è giustificato.

Ho iniziato un corso di scherma storica. E’ esaltante. Ora potrei tirare fuori le 5 lezioni di marketing ispirate alla scherma, i 10 consigli di vita che ci vengono dai maestri rinascimentali, i 15 suggerimenti per una comunicazione ispirata al duello cortese. Ma la scherma scienza e arte è troppo nobile per queste fesserie.

Sono stato intervistato da Forrester Research. E’ la seconda volta. No, non me ne sono vantato prima. Lo dico solo ora, en passant. Tanto per farvi capire con chi avete a che fare.

La gamification è una puttanata. Lo so, ve la vendono come la cosa migliore mai capitata al mondo dopo la Nutella. E’ una puttatata.
Il che non vuol dire che le meccaniche ludiche non funzionino. Funzionano. E’ la gamification che è una puttantata. Ve ne accorgerete.

Lo storytelling è il contrario della gamification: è la cosa migliore mai capitata al mondo (se la batte con la Nutella, vince di poco). Ho l’intera storia del mondo a darmi ragione.

Viaggiare è importante. Vedere persone è importante. Partecipare a ogni singolo evento di networking-aperitivocreativo-volemosebene-paccesullespallepertutti è al 99% una perdita di tempo. Ve lo dico soprattutto se siete alle prime armi e vi raccontano la storia del networking-è-importante.
No, pensate a lavorare. Imparate il mestiere e poi andate agli aperitivi.

En passant: agli eventi non ci dovrebbe mai essere da mangiare. Le persone devono venire per l’evento, non per rivedere gli amici e scroccare la cena.

Le città sono importanti. Ogni iniziativa di marketing (ogni iniziativa in generale) dovrebbe tenerne conto.

Tizio/a alle prime armi di tre paragrafi sopra che vuoi fare marketing: leggiti le varie definizioni di marketing, scoprirai che molto probabilmente tu vuoi fare pubblicità o pubbliche relazioni, non marketing.

E’ perfettamente possibile campare facendo il mio lavoro, con grande soddisfazioni e pochi compromessi. Il segreto è, indovina un po’, impegnarsi con tutte le forze. Ho detto che è bello, mica che non è faticoso.

Belle cose a tutti.

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Settimane 270/271: il tegolino prototransmediale

Se avete una certa età vi ricorderete del Piccolo Mugnaio Bianco. Durante gli anni ’80 è stato il protagonista della pubblicità per la linea di merendine del Mulino Bianco. Il Piccolo Mugnaio Bianco, nato dalla matita di Grazia Nidasio, è alto come un puffo e innamorato di Clementina, ragazza dalle dimensioni normali e bella della bellezza non aggressiva adeguata al pubblico di bambini cui erano destinati gli spot.

Le pubblicità avevano tutte la stessa trama. Il Piccolo Mugnaio Bianco prepara una merendina da donare a Clementina, vuole mostrarsi a lei e dichiararle il suo amore. Per qualche motivo lei non lo vede, trova la merendina e la mangia deliziata, pensando al suo spasimante segreto. Il mugnaio non si perde d’animo: sa che Clementina è innamorata di lui e proverà ancora a mostrarsi a lei.

Questa serie di pubblicità presenta i tratti superficiali di una narrazione transmediale. Vediamoli.

  • Le storie vengono raccontate attraverso canali diversi: spot televisivi, fumetti, illustrazioni sulle confezioni di merendine, giochi che raffigurano i personaggi.
  • Le storie sono autoconclusive, si esauriscono nel canale attraverso cui vengono raccontate e possono essere fruite senza seguire una successione temporale rigida.
  • Grazie ai vari giochi i bambini possono creare nuove storie a partire dallo schema proposto dagli autori della narrazione originale.

E più o meno basta. Il che vuol dire che quella del Piccolo Mugnaio Bianco è stata una delle campagne pubblicitarie di maggior successo dell’advertising nostrano, ma non è transmedia storytelling e se qualcuno vi chiede una campagna transmedia “tipo il Mulino Bianco negli anni ’80″, sta usando l’esempio sbagliato. Vi spiego perché.

  • I vari episodi non modificano lo status quo: la situazione alla fine di ogni avventura del Piccolo Mugnaio Bianco è identica a quella a inizio avventura.
  • Non scopriamo niente del mondo abitato dai personaggi delle storie.
  • Oltre a questo, non pare esserci molto “mondo esterno da esplorare”, ovvero qualche elemento che faccia venire voglia di chiedersi dove si trova la fattoria di Clementina, cosa c’è dietro la casa, oltre la collina, dove si trova la sorgente del fiume eccetera.
  • Non vediamo il mondo attraverso punti di vista differenti da quello del Piccolo Mugnaio Bianco. Come tecnica narrativa, la vignetta o i pochi secondi in cui Clementina trova la merendina e sospira pensando al suo spasimante segreto è un cambio di punto di vista. Ma vedere per un attimo la storia attraverso i suoi occhi non ci dà una nuova visione sul mondo e il protagonista della storia è sempre il Piccolo Mugnaio Bianco.

Questi sono elementi fondamentali. Il fatto che le storie vengano raccontate attraverso media differenti non le rende transmedia storytelling, non più di quanto lo siano le avventure di Topolino, Bugs Bunny, Tom & Jerry e qualunque altro personaggio le cui vicende sono state raccontate in video e a fumetti e di cui sono stati creati pupazzi e giocattoli. Sono una lastra nella strada che ha condotto all’odierna concezione di narrazione transmediale, ma non possono essere considerate esempi di questa tecnica narrativa.

Questo non è un problema per la campagna pubblicitaria del Mulino Bianco: non è mai stata concepita come un modo di raccontare storie che all’epoca neppure si ipotizzava. Diventa un problema per chi pensa che quella campagna sia un esempio di narrativa transmediale.

Nonostante il nome di ciò di cui stiamo parlando sia transmedia storytelling, la narrazione su più canali è condizione necessaria, ma neppure lontanamente sufficiente per parlare di transmedia storytelling.

Momento nostalgia: uno degli spot del Piccolo Mugnaio Bianco

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Settimane 268-269: la caduta e il riscatto dei QR Code

L’utilizzo dei QR Code è aumentato di un gozziliardo% dall’ultima volta che avete letto una statistica sull’argomento.
Quindi wow, il mondo ama i QR Codes.

Un aumento di uso da una persona a quindici è un aumento di circa un gozziliardo%, ma sono numeri che rimangono fortemente nel reame dell’irrilevanza.

Quindi?

Quindi Urbanscale e Archirival hanno fatto la cosa più sensata: sono usciti e hanno chiesto alle persone “cos’è questo? come si usa?” mostrando loro un Qr Code (sarebbe il caso di farlo anche qui in Italia).

I numeri di Archrival sono più interessanti: la popolazione su cui è stato eseguito il test è più ampia (534 persone) e composta da studenti di vari college, una popolazione statisticamente più “smart” di quella che ci si può aspettare di incontrare in vari angoli di strada a New York. L’81,1% degli studenti possiede uno smartphone e, data la pervasività di Twitter e Facebook, possiamo aspettarci che abbiano un piano dati per connettersi in mobilità. Il target ideale per avere informazioni sulla familiarità con gli smartphone e i QR Code.

I dati rilevanti: solo il 7% circa degli intervistati dal team di Adam Greenfield (due persone su trenta) è stato in grado di utilizzare il QR Code per arrivare alla pagina web a cui puntava. Il 21,5% degli studenti è stato in grado di compiere la stessa operazione (115 su 534). Il punto importante è “è stato in grado di compiere”, indipendentemente dal fatto che avesse interesse o meno nel farlo.

Il dato interessante successivo è quanti degli studenti intendono scansionare un QR Code se se lo trovano davanti. Il 75,7% ha dato una risposta negativa.

Dove sono i problemi? Non tutti possiedono gli strumenti necessari per risolvere un QR Code (smartphone con connessione dati). Di quelli che li possiedono, pochi sanno di che si tratta. Di quelli che sanno di che si tratta, pochi sanno come eseguire l’operazione (questo significa anche sapere di avere bisogno di un’applicazione per leggere il codice).

A complicare ulteriormente le cose per i poveri QR Code c’è il fatto che spesso chi si dà la pena di vedere cosa c’è dietro il codice, si trova davanti un’esperienza deludente, non ottimizzata per un dispositivo mobile, non utile. Insomma una delusione che attacca ai QR Code lo stigma di “non ne vale la pena“.

Ieri sera stavo aspettando di andare a cena con degli amici. Mentre passeggiavo intorno al ristorante mi è caduto l’occhio su un manifesto che pubblicizzava vari spettacoli teatrali. Nel box per Il Nipote Di Rameau c’era un QR Code con scritto piccolo, accanto, di scansionarlo (senza specificare come, con cosa) per vedere il trailer dello spettacolo su Eliseo.tv. Immagino si tratti di questo video.

Ora, perché, in nome del cielo perché dovrei passare tre minuti e trentacinque secondi (ipotizzando uno streaming fluido) al freddo e al gelo, con un telefono in mano a vedere il trailer dello spettacolo? Che me ne viene? E’ una domanda fondamentale: a me come utente, che me ne viene in tasca? E se fosse stato giorno anziché notte: perché passare tre minuti e trentacinque secondi piantato in mezzo a un marciapiede di Via Candia, strada rumorosa, per vedere questo trailer? Che senso ha vederlo in mobilità, legato al luogo fisico in cui è appesa la locandina? Nella speranza di convincermi ad andare a vedere lo spettacolo d’impulso? Eravamo lontani dal Teatro Eliseo, avevamo altri programmi. Che utilità avrei avuto vedendo il trailer in mezzo alla strada?

Immagino la stessa che ho avuto la volta in cui per curiosità ho scansionato un QR Code su una rivista distribuita da Trenitalia su un Frecciarossa. Il QR Code permetteva di “vedere” uno spot di Dolce & Gabbana, disponibile anche su altre piattaforme. Vedere l’ho messo tra virgolette perché provate voi a vedere un video in streaming su un Frecciarossa in viaggio tra Roma e Firenze. Tra una galleria e un salto di cella GSM.

Tutto questo deve fare riflettere.

I QR Code sono inutili? Sicuramente non hanno una grande capacità di provocare un’azione in un utente. Sia perché la maggior parte degli utenti non sanno cosa farci con questi affari, sia perché quelli che lo sanno hanno avuto esperienze deludenti e non vedono perché dovrebbero rifare lo sforzo.

Dove possono avere una grande utilità per l’utente è nella comunicazione diretta tra un oggetto fisico e una macchina, includendo tra le macchine gli smartphone. Oppure nei casi in cui permettono di semplificare veramente la vita degli utenti e non sono semplicemente appiccicati da qualche parte, ma inseriti in una strategia di comunicazione che parte da un sito ottimizzato e arriva a un set di istruzioni semplici da seguire.

Cosa farei io?

In basso a sinistra nelle paline alle fermate degli autobus di Roma è stampato un numero. Un utente può collegarsi ad atacmobile.it, navigare alla pagina coi tempi di attesa degli autobus, inserire questo numero nel form e vedere quanto manca all’arrivo dei vari autobus che sostano a quella fermata (se gli autisti si sono ricordati di accendere il GPS, se il sistema non si perde gli autobus per strada). Guardate la pagina dei tempi di attesa per una fermata vicino al mio ufficio.

C’è un’altra funzione che permette di inserire il numero di una linea, selezionare una fermata e vedere i tempi di attesa per quella fermata.

Un utente smaliziato con questo sistema può selezionare varie fermate, memorizzare le pagine nei preferiti e vedere rapidamente la situazione alle varie fermate che gli interessano.

Come sappiamo dal fatto che la maggior parte degli utenti non usano i preferiti, ma cercano ogni volta su un motore di ricerca i siti a che vogliono visitare (spesso senza nemmeno rendersi conto che stanno effettuando una ricerca), gli utenti smaliziati sono creature mitiche.

Quello che farei io è attaccare due QR Code su ogni palina, uno con l’URL alla pagina dei tempi di attesa in italiano, l’altro con l’URL alla pagina in inglese e attaccherei anche un adesivo con istruzioni semplici nelle due lingue:

Per sapere quando arriverà il prossimo autobus a questa fermata, scarica sul tuo smartphone un’applicazione per leggere i QR Code (esempio1 per iPhone, esempio2 per Android, esempio3 per Blackberry), lancia l’applicazone e inquadra il simbolo che vedi qui accanto. Si aprirà sul tuo browser una pagina coi tempi di attesa.

 Sarebbe anche una bella operazione di guerriglia marketing.

Un’altra cosa che farei, come ho accennato in un altro post, è sfruttare a mio vantaggio il fatto che pochi sanno riconoscere un QR Code e pochi tra chi li riconoscono sono in grado di o interessati a scansionarli. Questo permette di nascondere in bella vista dei punti di accesso a una narrativa segreta.

Voi che fareste, invece?

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Settimana 267: l’ABC del transmedia storytelling

Nell’ultimo articolo ho menzionato di sfuggita la narrazione transmediale, o transmedia storytelling.

Che è?

La narrazione transmediale è una forma di narrativa che utilizza diversi mezzi di comunicazione per raccontare una storia. O meglio: differenti piattaforme per raccontare differenti storie, la cui somma ci dà una cronaca degli eventi del mondo fittizio, piuttosto che la vicenda di un singolo personaggio o lo sviluppo di una singola trama.

Un semplice esempio di transmedia storytelling lo troviamo nella serie di videogiochi di ruolo fantascientifici Mass Effect (molto bella, giocatela).

Nei primi minuti del secondo gioco della serie, l’astronave del protagonista, il Comandante Shepard, viene attaccata e distrutta da nemici misteriosi. Il nostro eroe riesce a far evacuare l’equipaggio, ma rimane indietro e muore tra i rottami fumanti. Assistiamo poi a una sequenza animata che spiega come l’organizzazione segreta Cerberus sia riuscita a recuperare il cadavere e, nel corso di un anno, a clonare e riportare in vita Shepard. Nel corso del gioco scopriremo alcuni dettagli su come questa Cerberus sia riuscita a venire in possesso del corpo.

Mass Effect 2 racconta una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine (aperta, in vista del terzo gioco della serie) secondo i canoni della narrativa. Vediamo la storia dal punto di vista di Shepard, il personaggio che interpretiamo in questo gioco di ruolo. Nel corso del gioco incontriamo vari personaggi, visitiamo vari luoghi e abbiamo modo di esplorare il vasto mondo che costituisce il setting di Mass Effect e, grazie a un’enciclopedia integrata nel gioco, otteniamo molte informazioni sulla storia, tecnologia e abitanti di questo universo narrativo.

La serie di videogiochi Mass Effect è uno dei canali attraverso cui esploriamo il mondo di Mass Effect.

Nei mesi precedenti l’uscita di Mass Effect 2 la casa editrice di fumetti Dark Horse ha pubblicato una miniserie in cui Liara T’Soni, uno dei comprimari di Shepard nel primo gioco e personaggio secondario nel secondo, rintraccia il cadavere del comandante e lo consegna a Cerberus. In pratica, narra la storia che avviene tra la prima e la seconda parte del videogioco ed è un altro canale di esplorazione del mondo.

Anche questa storia, Mass Effect: Redemption, ha un inizio, uno svolgimento e una fine. È autosufficiente: non c’è bisogno di aver giocato il videogioco per conoscere le premesse e non c’è bisogno di giocarlo per conoscere la conclusione della vicenda. E, d’altra parte, non c’è bisogno di leggere il fumetto per seguire la storia nel videogioco: gli eventi rilevanti di Redemption vengono accennati nel corso di Mass Effect 2. Il punto di vista che seguiamo è quello di Liara. Visitiamo alcuni dei luoghi che rivedremo nel videogioco e altri che, per ora, rimangono confinati nelle pagine del fumetto.

Ovviamente l’offerta di storie su Mass Effect è più vasta: ci sono anche dei romanzi, altri fumetti, sono previsti un film dal vivo e una serie animata. E ciascuno dei questi strumenti narrativi verrà usato, ciascuno secondo le sue potenzialità e caratteristiche, per raccontare diverse storie che si intrecciano nella grande storia di questo universo narrativo. Ciascuno sarà un diverso punto di accesso per entrare in Mass Effect.

Questa è una narrazione transmediale.
Ci sono varie storie che sono:

  • Ambientate nello stesso mondo, che contribuiscono ad arricchire e approfondire mostrandone diversi aspetti ed elementi
  • Raccontate attraverso media diversi: videogiochi, libri, fumetti
  • Autosufficienti: ciascuna storia si conclude nel proprio medium
  • Collegate: le storie si inseriscono in una una narrazione più ampia
  • Raccontate seguendo punti di vista differenti
  • Temporalmente slegate: anche se Mass Effect: Redemption è ambientato tra due capitoli di Mass Effect 2, posso leggere prima il fumetto e poi giocare il videogioco, o viceversa, senza rovinarmi l’esperienza. C’è un ordine cronologico all’interno del singolo media, ma posso saltare tra un media e l’altro senza problemi.
  • Che possono attirare lo stesso pubblico o due tipi di pubblico diversi: chi gioca, ma non legge e viceversa.
  • E molto importante: costituiscono punti di accesso separati all’unico mondo di Mass Effect.

Questo è l’ABC (DEFGH) del transmedia storytelling. Seguite l’esempio di Mass Effect e siete a posto.

Naturalmente, dietro questa offerta complessa c’è una regia accorta che evita sovrapposizioni e contraddizioni. Un coordinamento simile lo troviamo anche in Lost.

E non finisce qui perché accanto ai prodotti ufficiali targati Mass Effect ci sono i parti della fantasia dei fan: fan fiction, fumetti amatoriali, machinima creati col motore del gioco, filmati in stop motion con le action figures dei personaggi. Tutti contributi che approfondiscono ed espandono il setting.

Nel caso di Mass Effect, questo materiale è ritenuto non ufficiale e non viene preso in considerazione da chi scrive storie per i videogiochi, per i libri, per i fumetti. Ma ci sono narrazioni transmediali in cui, invece, il contributo dei fan è voluto e incoraggiato e gli elementi migliori vengono ufficializzati. Se il setting è seducente, il contributo dei fan è inevitabile. Bisogna aver chiaro da subito come verrà considerato questo apporto esterno.

Bene. Ora andate e transmediate.

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