Apofenia 3: come parlare con le macchine in modo efficiente e senza sembrare scemi

by

Date mar 30 giugno 2015Tagsapofenia

— Questo testo è apparso in originale come terzo invio della newsletterApofenia

Buongiorno da Civitella del Tronto. Sto seguendo dei seminari di schermae mangiando come se non ci fosse un domani. Non sarà il meglio dellavita secondo Conan il Barbaro, ma per me è nella top 10 senzadiscussioni.

++Apofenia: pensieri sconnessicon periodicità casuale di AndreaNicosia++

Dopo la pesantezza della settimana scorsa avevo promesso temi piùleggeri. Li ho! Uso anche delle emoji per rendere tutto più giocoso.Guarda!

(._.) ƪ(‘-’ ƪ)(ʃ ‘-’)ʃ (/._.)/

Domenica scorsa mia moglie ha fatto il saggio di danza di fine anno.Vedendo ballare lei e gli altri allievi e allieve della scuola di balloho avuto una risposta alla domanda sulla capacità delle macchine diesprimere arte. In giro trovate parecchi video di droni programmati pervolare in formazione e la loro danza è affascinante. Complimenti agliingegneri che li hanno programmati. Ma questo è nulla rispetto al lavoroche hanno fatto gli istruttori e gli allievi per portare persone, corpi,caratteri, sentimenti diversi a muoversi in maniera armonica ecoordinata, uniti in una coreografia, ma ciascuno con la propriapersonalità. Non è solo la riproposizione di una serie di movimenti,ma un lavoro sulle anime. E' stato emozionante. E mia moglie èbravissima!

Mentre lei era alle prove ho fatto un giro all'ultimo MercatinoGiapponese dellastagione.Incidentalmente e senza fare altre considerazioni, per ora, ti faccionotare che la presenza web ufficiale del mercatino è una paginaFacebook.

Se non lo conosci, il mercatino è formato da una serie di stand. Moltivendono quello che ti aspetti: gadget, magliette, giocattoli, statuineeccetera dei vari anime e manga attuali o dei bei vecchi tempi. Grandemomento nostalgia. Poi ci sono una serie di stand di artigiani chepropongono lavori loro originali o ispirati ad anime e manga o allacultura giapponese. O a quella gothic. O alle fatine. O a quello che glipare. Vale la pena visitarlo, si mangia pure bene. Riparlerò degliartigiani.Alcuni venditori offrono i giocattoli dei robottoni con cui sonocresciuto in confezione originale a costi da infarto. Io ne avevoparecchi di quelli: ricordo almeno due Daitarn 3, un Trider G7,un General Daimos, vari Mazinga e Goldrake, un Pegas diTekkaman. Sono andati tutti distrutti o con l'uso o, nel caso deitrasformabili, vittime della curiosità: smontati per vedere comefunzionavano. La prima volta che ho visto i prezzi ho rimpianto la fineche avevo fatto fare a tutti quei giocattoli. Poi mi sono ricordato chegiocandoci mi sono divertito molto, ho ricordato Toy Story e nonho avuto più rimpianti.

(ノ´ヮ´)ノ*:・゚✧

Ora, mentre per me girare tra i banchi del mercatino significa fare ungiro nella memoria o comunque tra cose familiari, le prime volte permia moglie - che ha un background culturale diverso dal mio - era unaggirarsi in terre incognite. Non solo non sapeva cosa stavaguardando, ma non aveva neppure il codice per interpretare le miereazioni. Perché non degnavo di uno sguardo quella bandiera pirata,mentre versavo una lacrimuccia davanti a quell'altra? Per cui facevala cosa più naturale del mondo: mi faceva domande. E io rispondevo. Lastessa cosa succede quando visitiamo una mostra: lei è laureata instoria dell'arte e ha un patrimonio di conoscenze e strumenti che lepermettono di vedere molto più di quanto vedo io in un'opera. Io lefaccio domande e lei mi risponde. Se servono informazioni, il parlareè una delle interfacce più efficienti che esistano.

Il che porta a una considerazione per me interessante, che unisce ilparlare con il fatto che il Mercatino Giapponese non ha un sito, ma unapagina Facebook. Il web con cui sono cresciuto io era fatto disiti: "destinazioni" proprietarie in uno spazio aperto. Il weboggi è fatto di app, "destinazioni" proprietarie chiuse, oprofili social, presenze "proprietarie" (notate come ho spostatole virgolette) in uno spazio privato in cui le persone comunicanotra loro mentre altre persone o aziende cercano di ricavarsi spazionelle conversazioni. Il futuro? Se come dicevano giustamente quellidel Cluetrain Manifesto i mercati sono conversazioni e se quelloche vogliono fare oggi le persone è comunicare, scrivere, chattare,allora secondo me il futuro non è un sito proprietario, non è un profiloproprietario, non è un'app proprietaria, ma è proprio unaconversazione: una presenza in un sistema di messaggistica o di chat,scritta o vocale. In finale, se voglio informazioni, non mi importacome mi arrivano. Mi importa che arrivino e che sia facile richiederle eottenerle. E se posso farlo usando i sistemi di comunicazione che usoabitualmente, è più comodo. Come dice Matt Webb, le interfacce delfuturo potrebbero essere sistemi diconversazione.Con umani o con bot. E la conversazione non avviene in un'appproprietaria, ma in quelle che uso per parlare con i miei amici. Emagari senza neanche aprirla quest'app, ma direttamente dal pannellodelle notifiche dello smartphone.

In un certo senso, Anil Dash è su questa stessastradaquando ipotizza che un modo per rilanciare Twitter potrebbe esserequello di usarlo come sistema di comunicazione tra noi e gli smartdevices dell'Internet of Things e per le comunicazioni dirette traoggetti.

Le interfacce vocali già ci sono, ma sono ancora rozze e usarle ci fasembrare buffi, come quelli che usano l'auricolare bluetooth o quelliche provano a usare la realtà aumentata girando con lo smartphonedavanti agli occhi.

Due domeniche fa ho celebrato il Giorno della Visciola. Che è unatradizione mia: ho un albero di visciole in giardino e a metà giugnoraccolgo i frutti, che poi trasformo in liquore. Una volta all'anno hoquesto ritorno all'infanzia: fino a 12 anni circa passavo lunghi periodia casa di alcune mie zie in Veneto che avevano (per me, che ero piccoloe basso) un enorme orto. D'estate era pieno di verdure da raccogliere.Per non parlare dell'uva fragola più buona nella storia dell'uva e deglialberi da frutto su cui mi arrampicavo per leggere all'ombra, con il miocane addormentato sotto e albicocche o pesche da cogliere direttamentedai rami per una merenda veloce.Il Giorno della Visciola è meno poetico, ma prevede comunquel'arrampicarsi su un albero. Durante la raccolta, anche se ho iltelefono in tasca, è difficile che mi faccia distrarre dalle suenotifiche o lo usi per comunicare. Arrampicati su un albero con unabusta per raccogliere frutta in una mano e capirai perché. Prova a usarei comandi vocali e vedrai tutta la loro rozzezza.

Ma la strada è quella.

Mio padre lavorava per l'Alcatel. Quando portò a casa i primi cellulariio gli chiesi perché erano a forma di telefono. Perché sono telefoni,rispose lui. Ma non c'è bisogno che siano a forma di telefono: nesvolgono la funzione, e permettono pure di mandare messaggi scritti, manon hanno bisogno di averne la forma: capisco l'abitudine e l'ergonomia,ma si possono spezzare i componenti mettendo auricolari e microfono dauna parte, batteria da un'altra, schermo e tastiera da un'altra ancora.Da giovane ero intelligente.

Ora, con i wearable devices stiamo andando in quella direzione. Iltelefono e le interfacce si spezzano e si distribuiscono: un pezzo intasca, un pezzo davanti agli occhi, un pezzo sul polso, la memoria nelcloud. La forma finale sarà il nulla, nel senso che sarà qualcosa cheinfilo in tasca e lo dimentico lì, con cui comunicherò a voce. Un po'alla Her, in uno scenario in cuinon sono l'unico che parla da solo per strada. Con un'interfaccialeggera e poco ingombrante, ma ben definita. Perché ricorda che, comedice Timo Arnall, nessuna interfaccia è una cattivainterfaccia.++Per favore, pubblicizza la newsletter con un tweet o un post sul tuosocial network preferito. Puoi usare questo testo se non vuoisforzarti di scriverne tu uno:Sono iscritto alla newsletter Apofenia. Se ti iscrivi anche tu Andreami restituisce le chiavi di casahttp://apofenia.voxmail.it/user/register++

Ricorda memorie preziose e condividile con chi ami. E se non ti viene inmente niente, vai a crearti delle nuove belle memorie.

ANCivitella del Tronto2015

Non ti interessa questa newsletter? Disiscrivitiqui,in fondo l'ignoranza è un bene.

Andrea Nicosia

Andrea Nicosia

Uso e insegno a usare storie, strumenti narrativi e design fiction per campagne di marketing e influenza, progettazione di prodotti e servizi.