E se la scalabilità fosse il nemico?

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Date ven 18 dicembre 2015Tagsistruzione

Eravamo rimasti al futuro dell’istruzione, al fatto che i sistemiscalabili come mooc ed educazione algoritmica non mantengono lepromesse, il sistema di istruzione più efficiente è sempre quello basatosulla presenza fisica (online o dal vivo) di un insegnante. In un mondoin cui a ogni proposta di attività segue la domanda “ma è scalabile?”,per questo approccio bisogna rispondere che no, non è scalabile. Avereun insegnante fisicamente disponibile per un’aula di mille persone ècome assistere a una registrazione: le possibilità di rapporto einterazione, e quindi di approfondimento spontaneo e di risposte adomande puntuali, sono praticamente assenti. Ma la mancanza discalabilità è un male?

Un ragionamento simile l’ho fatto un po’ di tempo fa mentre preparavo ilworkshop sulle smartcityper Ilab. Tra le tante proposte di sistemi per rendere la città smartbasate sulla tecnologia, automatizzabili, scalabili, quelle che per mesono più convincenti, meno invasive, più umane sono in realtà due ideeche di tecnologia ne usano poca: il Tidy StreetProjecte il Campo deCebada,di cui ho già parlato in passato. Queste idee sono belle, funzionano,migliorano la vita, ma quanto sono replicabili? Sono sintetizzabili inun set di buone pratiche esportabile ovunque? O è necessario un lavorodi adattamento che, per forza di cose, varia di città in città, distrada in strada, di fatto rendendo necessario ripartire ogni volta nondico da zero, ma quasi? E’ un male la mancanza di scalabilità, se èdeterminata dal voler rispettare le esigenze e le particolarità di unluogo e di un insieme di persone?

Aggiungo altra carne al fuoco: questo interessante articolodell’Atlanticsulle startup che propongono il modello Amazon/Uber per il cibo adomicilio. L’articolo è interessante e anziché citarne pezzi ti invito aleggerlo tutto per comprendere il motivo per cui l’autore ha deciso dinon avvalersi più di queste startup, efficienti ma asettiche comeSprig,e utilizzare inveceJosephine,un servizio molto low tech che gli dà meno scelta, ma lo mette incontatto con le persone che abitano intorno a lui.

In generale mi pare di avvertire in alcuni degli ambienti che frequentoe con cui sono in contatto una reazione, un inizio di fastidio versol’eccesso di algoritmi nelle nostre vite, ovvero di decisioni prese daaltri per il nostro bene senza che a noi sia ben chiaro come e perchéquelle decisioni siano state prese. Una reazione verso il nascondere lecomplessità e il lavoro che c’è dietro le cose,  il che comporta anchenascondere chi lavora dietro le quinte e i suoi problemi. Mi chiedo sequesta tendenza di nicchia diventerà un fenomeno diffuso.

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E’ dall’ultima volta che ti ho scritto che rimugino questi argomenti. Ineffetti, venerdì scorso stavo per mettermi alla tastiera per comporrequesta lettera dopo aver terminato, con un anticipo sorprendente per lemie abitudini, di preparare la valigia per Parigi. Poi è arrivato un smsda mia madre che diceva di accendere la televisione.

Non ho nulla da aggiungere a quanto è stato detto a proposito e asproposito di quanto è avvenuto, se non che provo un immenso dolore perquanto è avvenuto in una città che un tempo giravo con più familiaritàdi Roma e per i suoi abitanti.

Una delle cose che vengono dette è “non bisogna avere paura”.Affermazione che mi trova del tutto d’accordo. Ma che vuol direconcretamente non avere paura, come si dimostra? Per esempio riflettendosull’integrazione. E’ facile, quasi inevitabile, che il malcontento siradichi là dove non ci si sente parte della società, dove ci si senteguardati con sospetto dalla comunità, dove ci si sente sempre stranieri,ospiti sgraditi, a mala pena tollerati.

Per ora non aggiungo altro, anche qui devo ancora riflettere prima diparlare. Ma “non avere paura” è un ottimo consiglio. Va applicato inmaniera concreta e intelligente.

Andrea Nicosia

Andrea Nicosia

Uso e insegno a usare storie, strumenti narrativi e design fiction per campagne di marketing e influenza, progettazione di prodotti e servizi.