Personal branding e narrativa personale

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Date ven 18 febbraio 2011

Articolo apparso in origine suTiragraffi.it

Alcune settimane fa ho avuto il piacere di partecipare aConversational, latrasmissione condotta da Antonio Pavoliniin onda ogni sabato alle 12.20 sulle frequenze di Radio PopolareRoma.

Il tema della puntata erano il personal branding e il marketingdelleidee.Potete scaricare il podcast daqui.

Credo che nel corso della puntata abbiamo toccato tutti i puntifondamentali del tema. Con queste righe provo a riassumere e riordinareil mio pensiero sul personal branding, partendo dagli appunti che avevobuttato giù per prepararmi alla trasmissione e passando per lesuggestioni uscite in trasmissione.

Non penso che sia necessario definire il personal branding. Un po’perché qui apparteniamo tutti al mondo della comunicazione, quindidivisi tra chi lo sa e chi comunque annuisce con un sorriso largo, anchese un po’ vacuo. Un po’ perché, in realtà, chiunque sia sopravvissuto alliceo sa di cosa stiamo parlando. Al di là del termine inglese che èsempre cool, stiamo parlando della nostra immagine. Personaggi comeTom Peters, Seth Godin, Guy Kawasaki non hanno inventato il personalbranding, hanno codificato e divulgato qualcosa che c’era già.

Ora, la grande verità sull’immagine è che ne abbiamo una che lovogliamo o no. Possiamo sforzarci di proiettare una certa immagine,con lo scopo di collocarci in una certa nicchia, oppure possiamo noncurarcene e lasciare che siano gli altri a collocarci in una nicchia.Magari quella degli anticonformisti, che è bella grossa e si trova lì,in fondo a destra nella curva del conformismo.

In campo professionale il personal branding è una questione di signalto noise. C’è una necessità di essere rilevanti e di esserericonosciuti come esperti, dominatori della nicchia. Il branding serveper superare il rumore generato dagli altri appartenenti alla nicchia.E’ necessità di reputazione.

Il che implica il riconoscimento più o meno esplicito di unacommoditificazione della professionalità, delle idee, delle persone,che spinge a cercare di distinguersi ed emergere dalla massa.

Più che “io sono/non sono un brand”, il grido di battaglia dovrebbeessere “io non sono una commodity”. Ma questo è un passaggiodall’analisi all’affermazione e non è il caso di mettere troppa carne alfuoco in questo articolo.

Personal branding significa creare una narrativa personale, in cuisi diventa attori principali della propria storia per ottenereidentità, reputazione, autorità. Queste conferiscono un valore aggiuntoal messaggio che aiuta a diffondere le idee, le storie, le motivazioni.

L’ampliamento delle possibilità di contatto e dei canali dicomunicazione offerto da Internet da un lato aumenta la necessità diavere una identità propria, dall’altra fornisce vari strumenti perarticolare la propria narrativa personale.

Strumenti che, però, aumentando il bacino di contatti e l’esposizionerendono più facile trovare persone che occupano la nostra stesa nicchiae aumentano ulteriormente la necessità di affermare la nostra identità.

E’ evidente la natura circolare della situazione e il conseguentebisogno di un approccio sempre più professionale alla gestione delproprio personal brand.

Un esempio? Io mi chiamo Andrea Nicosia, sono un consulente dellacomunicazione. C’è un Andrea Nicosia che si occupa di traduzioni.Non sono io. C’è un Andrea Nicosia in politica. Di nuovo, non sonoio. Ci sono dei Nicosia, questa volta non Andrea, che hanno aperto laNicosia & Nicosia, una società di comunicazione. Il mio stessocognome, il mio stesso mestiere, ma non sono io. Vi risparmio la pioggiadi miei omonimi che potete trovare su facebook.

Ora, io non sono ancora un Emanuele Pirella per cui vengo cercato colmio nome a causa del mio mestiere. Ma potete immaginare quanto siaimportante per me poter dire “di tutti gli Andrea Nicosia questo sonoio”, sia sul piano personale che su quello professionale.

Potete immaginare quanto sia importante dire questo l’ho fatto io.Oppure questo l’ha fatto un mio omonimo. Soprattutto quando ci sono dimezzo foto e alcol.

Potete quindi immaginare quanto sia importante un’azione di personalbranding sia per ottenere la reputazione alla quale puntiamo, siaper avere una forma di controllo sui risultati delle ricerche delnostro nome su un motore di ricerca.

Uno degli aspetti più interessanti del personal branding è il fatto chein qualche modo chiude un cerchio. Dalla necessità di dare unapersonalità a marche e prodotti, ovvero legare attributi umani a unoggetto, siamo arrivati alla necessità di usare gli strumenti delbranding degli oggetti sulle persone. Personalità alle persone, insomma.Che fa ridere, se ci pensate. Soprattutto se non leggete quello chescrivo io, ma leggete in rapida successione You Are Not aBrand dellascrittrice Maureen Johnson e I’m Not a Writer, I’m aBranddi Suzanne Colon, due articoli che ho trovato quasi contemporaneamentementre cercavo altro. Piccoli miracoli delle connessioni casuali.

Un altro aspetto secondo me interessante del personal branding è chepermette di precisare uno dei tanti attributi di internet.

La rete è democratica. Ma di che tipo di democrazia stiamo parlando? Amio avviso, di una democrazia rappresentativa. Quelli che chiamiamoinfluencers, che si sono ricavati un ruolo attraverso il propriopersonal branding sono i rappresentanti, non eletti esplicitamente, mache si sono conquistati i gradi sul campo e sempre sul campo possonoperderli. Una democrazia in cui in teoria tutti hanno accesso aglistrumenti che permettono di essere leader, ma in cui molti sonosoddisfatti dal ruolo di follower.

Andrea Nicosia

Andrea Nicosia

Uso e insegno a usare storie, strumenti narrativi e design fiction per campagne di marketing e influenza, progettazione di prodotti e servizi.